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In occasione della ripresa di Goli Otok di Renato Sarti al Teatro Elfo – Puccini riproponiamo, quasi integralmente, la recensione del medesimo spettacolo pubblicata su queste pagine il 25 novembre del 2016

GOLI OTOK

(Visto al Teatro della  Cooperativa il 24 nivembre 2016
In scena alla Sala Fassbinder del Teatro Elfo fin0 al 19 novembre 2017)

immagine scheda

Di Renato Sarti – Regia e interpretazione di Elio De Capitani e Renato Sarti

IL PESO DELLA SOPRAVVIVENZA

[…] Lo spettacolo […] svela l’orrore dell’isola-lager, Goli Otok, che è stato sicuramente il peggiore dei campi di internamento di Tito, in cui – dopo la rottura del Cominform fra la Jugoslavia e l’URSS – quei traditori rimasti fedeli a Stalin, i comunisti internazionalisti accusati di essere anti Tito, venivano reclusi. 

Al centro dello spettacolo ci sono la figura e i racconti di un ex deportato, il fiumano Aldo Juretich, interpretato da uno straordinario Elio De Capitani.

Dopo aver letto il libro di Giacomo Scotti (Goli Otok. Ritorno all’Isola Calva, un saggio edito a Trieste nel 1991) che per la prima volta tratta ufficialmente del carcere politico sull’Isola Calva (Goli Otok), Renato Sarti, con alcuni suoi collaboratori, ha potuto raccogliere dalla stessa voce di Juretich i ricordi delle sofferenze e delle degradazioni umane subite da tutti coloro che erano stati ritenuti anti Tito. Ciò che maggiormente emerge dal puntuale lavoro drammaturgico di Renato Sarti (che in scena, sorreggendo e concedendo opportuni respiri a Elio De Capitani, interpreta un medico pure lui di origine croata, che riesce a convincere Juretich a raccontare la sua terribile esperienza) è lo stato di sopraffazione psicologica subita durante il processo di disumanizzazione perpetrato sui prigionieri “non redenti” a Goli Otok.

Da quanto ricordato emerge che, in quegli anni e in quel luogo, la salvezza si poteva ottenere solo grazie alla delazione e al tradimento, rinnegando le proprie idee in un clima di paura e di sospetto che permaneva anche molti anni dopo il ritorno a casa. Proprio il ritorno a casa, e per alcuni il riparo in Italia come è accaduto a Juretich, che si trasferì a Monza, è stato contrassegnato da quel clima di paura, che poteva facilmente tradursi nella convinzione di quanto fosse gravoso il peso della sopravvivenza. Quella stessa sopravvivenza alla quale, nel campo di Goli Otok, in molti hanno desiderato sottrarsi tentando il suicidio.

Il testo di Sarti illumina una realtà sconosciuta a molti e fornisce materia per riflettere come l’eredità del Novecento di repressione del dissenso sia ancora ben viva attualmente in troppi Paesi. Il grande applauso finale, pur essendo un applauso di ringraziamento per il coraggio e l’importanza della messa in luce di quanto successo nel passato, non mi riesce di considerarlo liberatorio per chi, in gran parte del mondo, continua a sopravvivere con pesante fatica nell’oggi.

Un applauso sincero va ai due interpreti della serata: un davvero splendido Elio De Capitani ben sorretto nei modi e nei tempi dall’efficace spalla Renato Sarti.

Adelio Rigamonti