UN ALT(R)O EVEREST AL TEATRO DELLA COOPERATIVA

Dal 17 al 22 aprile al Teatro della Cooperativa ATIR ripropone Un alt(r)o Everest. Teatro a Milano di Sonda.Life ripropone la recensione di Adelio Rigamonti pubblicata in occasione della prima rappresentazione avvenuta al Teatro Ringhiera nel corso della stagione 2016/17.

AL DI LÀ DEI CREPACCI, UN’AMICIZIA

Nelle ultime settimane ho visto e recensito molti spettacoli (belli, interessanti, dignitosi  e anche velleitari e mediocri) con interpreti quasi esclusivamente giovani se non giovanissimi e posso con gioia affermare che se i molti talenti che ho incontrato non cederanno alle lusinghe, economicamente più retribuite, di fiction tv o serial web, tra breve il teatro italiano avrà una squadra di attori di talento compatta, difficilmente rintracciabile negli anni più recenti del nostro teatro.

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Mattia Fabris e Jacopo Maria Bicocchi

Due attori di sicuro talento e, ci scommetto, di futuro sono Jacopo Maria Bicocchi e Mattia Fabris, autori e registi di Un alt(r)o Everest in scena al Ringhiera fino al 9 aprile.

Si tratta di uno spettacolo, breve nel giusto, che ha al proprio centro una storia di montagna, ma soprattutto una storia d’amicizia talmente solida da superare i sesti gradi e i crepacci che la vita ci impone tra perdite, lutti e insopportabili mancanze.

La densa e drammatica storia di Jim Davidson (Jacopo Maria Bicocchi) e di Mike Price (Mattia Fabris) si svolge nel 1992, nello stato di Washington, quando i due decidono di scalare il Monte Rainier, 4392 metri d’altezza, una vetta non difficile da raggiungere e non certo l’Everest, sogno fisso di Mike, ma, come si legge nel foglio di sala, “l’imprevisto, l’inaspettato, la sorte sono sempre dietro l’angolo. E così avviene ciò che spesso accade in alta quota: l’incidente”.

Una storia semplice esaltata innanzitutto da una regia scrupolosamente attenta allo scandire del racconto, ricorrendo a flash back dedicati alla preparazione del viaggio; lo spettatore si trova immerso in un’alternanza di luci, anche gioiose e divertenti, dell’avvicinamento all’impresa, e di bui tragici in fondo a un crepaccio durante la discesa dalla vetta conquistata. L’alternanza tra luci e bui è supportata da un efficace mutamento di ritmi, sia nella voce sia nell’azione, che colpisce lo spettatore e lo include nel cementarsi di un’amicizia già consolidata da tempo.

Una storia semplice esaltata dalla prova maiuscola dei due attori, Jacopo Maria Bicocchi e Mattia Fabris, che a volte raggiungono un unicum interpretativo raro a vedersi, eleganti, sobri e soprattutto completi, indubbiamente da applausi.

Indubbiamente da applausi anche la geniale scenografia di Maria Spazzi: all’inizio due sedie, che ben presto conquistano il centro del palco e vengono via via smembrate con intelligenza. Brandelli di legno, dunque, grandi o piccoli che siano, disseminati in successione sul palco, frammenti, dei nulla evocativi come a sorgere dal palco a scandire la densa e commovente narrazione, fornendo, pur nella loro immobilità, variabili e continue suggestioni.

C’è tempo fino al 9 aprile per sfruttare l’occasione di vedere uno spettacolo denso d’emozioni, ma anche e soprattutto, da un punto di vista critico, perfetto in ogni sua componente.

a.r.