BESTIE DI SCENA

(Visto il 9 maggio al Piccolo Teatro Strehler)

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Ideato e diretto da Emma Dante

CREATIVITÀ IN PROGRESS

Bestie di scena di Emma Dante, di nuovo allo Strehler fino al 20 maggio, a poco più di un anno di distanza dal debutto è spettacolo che può piacere o non piacere, convincere o deludere, ma, soprattutto per critici e operatori, è opera da seguire con attenzione perché di certo è una pietra miliare nella carriera della regista siciliana, un punto fermo da cui partire di nuovo. Ci troviamo immersi  in un grado zero umano e teatrale da cui muoversi e lavorare e non so se, dopo aver tutto e tanto destrutturato, la creatività di Emma Dante conoscerà fasi regressive o progressive come mi auguro; sono convinto che comunque conosceremo qualcosa di diverso, di nuovo, felice o infelice che sia.

Si entra in sala a platea ancora semivuota e quattro attori sono già in scena, come ci fossero sempre stati, una sorta di orpello al palco stesso nel suo enorme vuoto nero. I quattro fanno esercizi di riscaldamento in maglietta e pantaloni, ben presto entrano tutti gli altri, prima scomposti, ognuno fa esercizi per conto suo, poi qualcuno si mette a scandire il numero dei movimenti da eseguire e ben presto si compone un gruppo che compatto o allargato a cerchio cerca e ottiene un quasi perfetto sincronismo. Dunque i confini tra il prima e il dopo dell’abituale ingresso in scena, tra il davanti e il dietro le quinte sono annullati, il pubblico è come fosse già legato dentro quanto avviene intorno a lui. Poi accaldati, affaticati da quei movimenti concitati e veloci gli attori cominciano a spogliarsi uno a uno e in breve sono nudi tutti in fila sul proscenio.

Quello spogliarsi è un atto naturale e quella stessa nudità che non è provocazione, che non ha nulla da spartire con il sesso o l’erotismo, è da quel momento lì a obbligarci a essere testimoni e interiormente protagonisti  di una “comunità in fuga – come afferma la stessa ideatrice e regista – formata da bestie che finiscono su un palcoscenico pieno di insidie e tentazioni, il luogo – dunque – del peccato”. Quel gruppo di quattordici attori è visibilmente smarrito e tutti cercano di coprirsi anche a vicenda occhi e genitali, ma ben presto diventa cosciente che quel palco/territorio ha confini invalicabili e invisibili e dai quali vengono respinti e spaventati da petardi che esplodono in ogni dove.

Insidie e tentazioni o semplici stimoli sono costituiti da oggetti che piovono dall’alto e sono lanciati dai lati: teli, taniche d’acqua, un pallone da basket, un secchio giù da una fune, una spada, una bambola meccanica rotta, un carillon, stracci e scope, una moltitudine di arachidi. Il confronto con questi e altri oggetti provoca sia reazioni di solidarietà o beffardo e avverso distacco tra i vari componenti del gruppo che si aiutano o si battono, giocano o litigano come avviene ed è avvenuto da sempre in qualsiasi contesto sociale.

In uno spettacolo privo completamente di testo,in cui il sonoro è fornito dall’intreccio dei rumori dei passi, degli scoppi, di quei gemiti e risolini prelinguistici, è sempre visivamente costante una perfetta gestione dei tempi, dei ritmi e dei gesti in grado di fissare senza soluzione di continuità gli stati d’animo subiti dalle bestie di scena da un volere oscuro, potente ed esterno.  Anche in quei momenti in cui è facile, almeno per gli addetti ai lavori, individuare molte citazioni e qualche autocitazione di troppo, lo spettacolo conserva una leggerezza particolare che sconfina quasi nella poesia soprattutto nella splendida scena degli stracci colorati che svolazzano sulle note di Only you dei Platters e nel finale quando piovono da ogni dove indumenti che si ammucchiano a terra e lì rimangono perché la compagnia tutta finalmente si ribella rifiutando di rivestirsi. Da vedere senza dover per forza emettere giudizi che si motiveranno, nel bene o nel male, nel futuro delle creazioni artistiche di Emma Dante.

Adelio Rigamonti