UN BORGHESE PICCOLO PICCOLO

Dall’omonimo romanzo di Vincenzo Cerami – Adattamento e regia di Fabrizio Coniglio

 (Visto al Teatro Franco Parenti –  Sala Grande – il 9  gennaio 2019)

UN BORGHESE PICCOLO E ATTUALE

Fino al 20 gennaio nella Sala Grande del Teatro Franco Parenti va in scena l’adattamento teatrale di Un borghese piccolo piccolo tratto dall’omonimo romanzo di Vincenzo Cerami, uno dei testi letterari più interessanti dell’ultimo quarto del secolo scorso e da cui fu tratto il famoso e pluripremiato film di Mario Monicelli con Alberto Sordi. A portare sulle tavole d’un palcoscenico il difficile e spietato testo è il regista Fabrizio Coniglio che si avvale della indiscussa bravura ed esperienza di Massimo Dapporto nel ruolo del protagonista Giovanni Vitali.
Romanzo, film e spettacolo teatrale non sono comparabili e tanto meno assimilabili e vivaddio che questo accada perché evidenzia e sottolinea che letteratura, cinematografia e drammaturgia è bene che esperimentino e indaghino fino in fondo il proprio linguaggio nelle loro specificità e unicità.  Comunque quanto visto al Parenti mi sembra più rispettoso del film nei confronti del testo letterario.
La pièce è suddivisa in due parti nette.  Nella prima parte si costruisce e si consuma in modo grottesco, non certo comico, ben poco infatti vi è da ridere, il rito della sovente umiliante ricerca di una raccomandazione. Giovanni Vitali  (Massimo Dapporto) pur di far assumere per esami il figlio Mario (Matteo Francomano) accetta di farsi massone subendo una ridicola, assurda e grottesca cerimonia di iniziazione a cui giunge dopo lo studio dei sacri testi massonici, mentre  Mario ripete ostentatamente a memoria l’articolo 3 della nostra Costituzione in cui si ribadisce, fra l’altro, che “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali” ma che quando arriva il pizzino della risoluzione del problema viene accantonata con buona pace dei padri costituenti e si fa baldoria con le immancabili pasterelle e la madre  Amalia (Susanna Marcomeri) si raccomanda a Dio con la recita di un Paternoster  condito da rituali di bassa superstizione. Tutto è grottesco, ma non comico: c’è infatti poco da ridere nella spietata rievocazione di un’Italietta che si affida allo stellone della Repubblica tra raccomandazioni, fede e superstizione.  Un’Italietta che non sembra scomparsa del tutto (anzi) a distanza di oltre 40 anni da quando nel 76 fu pubblicato il bellissimo e spietato testo di Vincenzo Cerami .Risultati immagini per un borghese piccolo piccolo parenti
Mario, da parte sua, è un figlio che non si ribella, un personaggio che nel libro ha poco diritto alla parola e anche qui nello spettacolo coraggioso del regista Fabrizio Coniglio è un pretesto come tutti gli altri personaggi comprimari alla figura del Vitali Giovanni, come scriveva  Cerami. Una figura che Fabrizio Coniglio scava in un’opera di fine recupero d’antiquariato di una società anni Settanta con tutti i guasti dell’epoca, guasti che scoppieranno più tardi, come l’evidente maschilismo domestico (la moglie praticamente condannata al silenzio), trasformandosi oggi in tragica e omicida violenza.
Mentre padre e figlio si recano al Palazzo sede d’esame un proiettile vagante proveniente da un conflitto tra polizia e banditi uccide Mario, e da questo punto tutto precipita nel truce, nello spietato con crudele lucidità, che drammaturgicamente ben rende quanto narrato asciuttamente e spietatamente da Cerami. La moglie Amalia per il dolore ha un ictus che la riduce a poco più di un vegetale. Giovanni si abitua al nuovo modo di vivere tra una visita alla bara del figlio, in attesa di sepoltura, e l’assistenza alla moglie completamente assente, fin quando in commissariato riconosce l’assassino del figlio ma non dice nulla per poi inseguirlo, catturarlo, segregarlo in una casetta di campagna, torturarlo fino alla morte, anticipando quell’idea che la legge non serve a nulla e che occorre farsi giustizia da sé, concetti ben presenti nell’oggi del nostro Paese.
Piacciono  le musiche di Nicola Piovani e la riproposta della bella canzone di Sergio Endrigo Io che amo solo te. Sicuramente attenta e di spessore la regia di Fabrizio Coniglio. Bravi tutti gli attori che affiancano un bravissimo Massimo Dapporto, da Susanna Marcomeri (misurata Amalia, moglie sottomessa) a Matteo Francomano (il figlio Mario impacciato e goffo per corretta e condivisa scelta registica), da Federico Rubini, l’assassino carnefice e vittima di una vendetta spietata a Roberto D’Alessandro, il capoufficio. massone, bravo nel  sottolineare con efficacia l’untuosità del potere ingurgitando fette di prosciutto portate alla bocca con le mani, che verranno pulite nel piccolo tricolore che spunta tra masse di carte.
Infine un ottimo Massimo Dapporto si fa carico di una grande fatica interpretativa infilando una perla dopo l’altra, sia nel grottesco della prima parte, sia nella inquietante mostruosità della seconda parte e nel triste finale di uomo solo, piccolo piccolo nel susseguirsi di giornate sempre uguali fino alla morte. A Dapporto basta un gesto, un movimento, come la ripetuta e strascicata camminata sul posto, capace di trasmettere un senso di stanchezza alla limite della spossatezza, della rassegnata sottomissione per dare immagine e sostanza a quella borghesia trista, micragnosa piccola piccola che pensa di meritarsi qualsiasi cosa per sé e per i propri cari solo in cambio di una leccata o di un voto facendosi sempre più pancia e meno, quasi niente. cervello. 

Adelio Rigamonti

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