CUORE DI CANE

Da Michail Bulgakov – Di Stefano Massini – Regia di Giorgio Sangati

(Visto al Piccolo Teatro Grassi il 5 febbraio 2019)

TRA LENTEZZE E COMMEDIA DELL’ARTE SI SMARRISCE BULGAKOV

Liberamente tratto da uno splendido racconto di Bulgakov del 1925, questo “Cuore di cane” di Stefano Massini diretto da  Giorgio Sangati ha delle sostanziali differenze rispetto al testo originario e lo spettacolo, in scena al Piccolo Teatro Grassi fino al  10 marzo, ha ritmi lenti e colori altalenanti e non convincenti, con toni grotteschi e cupi nel primo tempo, che diventano, con un brusco sbalzo, molto più  veloci e vivaci, quasi da commedia, nella seconda parte.

Gli attori reggono lo spettacolo riuscendo a raggiungere livelli qualitativamente molto alti.

Un bravissimo Sandro Lombardi, nelle vesti del professor Filipp Filippovič Preobražénkij, entra in scena, con il suo servile assistente, il dottor Ivan Arnòl’dovič Bormentàl (il bravo Giovanni Franzoni), dalla platea e disquisisce lungamente sulla necessità  di trovare il modo di fermare l’invecchiamento ineluttabile dell’essere umano assicurando l’eterna giovinezza attraverso un trapianto di ipofisi, che decide di sperimentare su Pallino, interpretato da uno straordinario Paolo Pierobon, un cane randagio vecchiotto che vive in strada in balia delle sevizie umane.

L’esperimento non ha i risultati previsti e il cane diventa uomo, mantenendo all’inizio, nella sua lenta trasformazione, ingabbiato e con la camicia di forza, un sincero e onesto cuore  di cane che man mano si  corrompe con la faticosissima acquisizione di funzioni umane come la postura eretta e soprattutto la parola e il linguaggio. L’essere che ne risulta è un bieco umano “Abbiamo preso un animale e lo abbiamo trasformato in bestia…” che fa branco con i suoi simili cercando di diventare “cittadino”, cedendo ai peggiori vizi e mettendo a rischio il menage e i privilegi borghesi del professore e delle persone che gravitano intorno a lui.

L’estrema dilatazione e lentezza della prima parte dello spettacolo non aiuta la narrazione, facendo assumere, anche nell’abientazione,  a questa metamorfosi, macchinosità e toni che nulla conservano dell’originale ironia ma ricordano la “creatura” portata alla vita dal  dott. Frankestein; ma è  soprattutto il cambio repentino di stile della seconda parte a non convincere, lo spostare il registro stilistico su toni  ben più leggeri da commedia dell’arte nel tentativo di andare incontro al gradimento del pubblico.

Claudia Pinelli

   

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