IL GABBIANO

Di Anton  Cechov – Regia di Marco Sciaccaluga (Visto al Teatro Carcano il 31 gennaio 2019)

IL GABBIANO DI CECHOV

Il gabbiano di Cechov in scena al teatro Carcano fino al 10 febbraio  è certo spettacolo vecchia maniera, ma in questo vecchia maniera non deve leggersi nessuna accezione negativa, in quanto il regista Marco Sciaccaluga porta in scena uno spettacolo ricco, potente,corposo senza ricorrere a genialate tanto comuni nel teatro odierno, soprattutto quando si tratta di mettere in scena opere classiche come appunto è Il gabbiano, e non ricorre neppure a rivisitazioni devastanti che imbarazzano lo spettatore e il critico. Come si legge nel foglio di sala è per la prima volta in Italia che Il gabbiano viene rappresentato nella versione del 1895, cioè quella precedente alla censura zarista. Sciaccaluga , presentando Cechov così come è, restituisce al pubblico tutta la complessità dell’uomo moderno che il grande scrittore russo aveva disegnato in questa tragedia. Ancora una volta si comprende come l’attualità di un testo non dipenda da rivisitazioni più o meno congrue e intelligenti, ma dalla potenza del testo stesso che in questo allestimento esce vigorosa e intatta.

Risultati immagini per Il gabbiano di cechov al carcanoFortemente cechoviana  è la consapevolezza che l’arte sia la forza che suscita passioni, speranze (deluse) e conflitti anche aspri tra i vari personaggi. L’arte, la discussione intorno a essa, è il fulcro dell’azione drammaturgica dell’opera ed è al centro delle preoccupazioni ovviamente dei personaggi/artisti (da una parte il giovane Konstantin, che pensa a un teatro rinnovato, e dall’altra sua madre Irina, attrice, e l’amante di questa,  lo scrittore Trigorin, legati alla tradizione), ma anche da tutti gli altri a cominciare da Nina con il suo desiderio d’essere attrice, per passare da Sorin, fratello malandato di Irina, che sentenzia che del teatro non si può fare a meno e dall’amministratore di Sorin che cita aneddoti su grandi attori e infine giungere al medico Dorn, forse il più profondo nell’interrogarsi sul potere dell’arte di rendere sublime la vita.

Per tornare allo spettacolo occorre sottolineare la bellezza quasi sontuosa delle scene di Catherine Rankl, che ha disegnato anche i costumi attenendosi all’iconografia della fine del XIX secolo, disdegnando borchie e giubbotti neri tanto di moda nelle inflazionate rivisitazioni.

Convincenti le luci di Marco D’Andrea, che tuttavia, nella seconda parte dello spettacolo, diventano fisicamente un po’ troppo importanti e disturbano la linearità della scena.

Il regista convince nella gestione degli attori tutti all’altezza dell’impegno non facile costituendo un gruppo omogeneo in cui ognuno si incastra con gli altri con studiata ma estrema facilità.

Detto della bravura dei protagonisti Elisabetta Pozzi (Irina), Francesco Sferrazza Papa (il figlio Konstantin), Alice Arcuri (una assai convincente Nina/gabbiano) e Stefano Santospago (un Trigorin nel contorto ruolo di scrittore e conquistatore), occorre accomunare negli applausi (numerosi e convinti alla fine dello spettacolo) Elsa Bossi (moglie dell’amministratore Samraev), Eva Cambiale (Maŝa, sua figlia), Roberto Serpi (il medico Dorn), Andrea Nicolini (il maestro marito di Maŝa)e Kabir Tavani (operaio). Un bravo infine a Federico Vanni (il malandato Sorin, fratello di Irina)e a Roberto Alinghieri (tenente in congedo e amministratore di Sorin) che interpretano personaggi di contorno con disinvoltura e grande empatia.

Adelio Rigamonti      

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