AVEVO UN BEL PALLONE ROSSO

Di Angela Demattè – Regia di Carmelo Rifici

(Visto da Claudia Pinelli al Teatro Studio Melato il 30 ottobre 2018)

 

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TESTO AFFILATO E CORAGGIOSO 

Il testo di Angela Demattè, che ha ricevuto il Premio Riccione nel 2009, arriva affilato, coraggioso, amplificato dalla scarna scenografia che riproduce un ambiente domestico, familiare: un tavolo da cucina, due sedie, un televisore acceso su immagini in bianco e nero e poi un piccolo soggiorno dominato da uno schermo con immagini dapprima sfocate e che nel corso della rappresentazione acquistano nitidezza.
La regia di Carmelo Rifici, che ha più volte ripreso questo  spettacolo sia in Italia che all’estero, è essenziale e permette di concentrarsi sul confronto serrato tra una figlia, Margherita Cagol fondatrice delle Brigate rosse e suo padre, interpretati in questo adattamento da una bravissima Francesca Porrini e da un veramente convincente Andrea Castelli.
È il racconto del rapporto tra due persone, ma anche uno spaccato reale, nel dipanarsi delle situazioni e degli eventi, di quello che fu un periodo storico ancora tanto scomodo e che qui viene affrontato senza esaltazione o facile condanna retorica, ma messo in evidenza dall’uso e dalla  mutazione della lingua e dei linguaggi utilizzati.
All’inizio é il dialetto trentino parlato da entrambi che accompagna in una realtà di provincia in cui Margherita, studentessa universitaria, acquisisce con gli studi una coscienza politica impegnandosi nelle lotte studentesche di quegli anni, man mano staccandosi dai ruoli prevedibili e consolidati e quindi dal padre emblema di quel mondo semplice e chiuso alle dinamiche di una società in cambiamento. Poi diventa l’italiano, lingua delle intenzioni e dei proclami, ma usato solo da quella che diventerà “Mara”, giovane ragazza che farà  scelte sempre più radicali nel ribellarsi alle ingiustizie delle disparità sociali e da cui il padre appare escluso, sempre più disorientato da un linguaggio che non gli appartiene e non riesce a comprendere .
La scelta di una  recitazione in crescendo, tagliente, perentoria, sia nella lettura dei proclami, che nelle lettere ai genitori o nella descrizione di un sogno, spezza la possibilità  di empatia con la protagonista che appare sempre più chiusa nelle sue certezze in una dimensione referenziale quasi in corto circuito con la realtà esterna, fino alle estreme conseguenze e alla morte durante uno scontro a fuoco a soli 30 anni.
Uno spettacolo non giudicante, che lascia a altri tribunali, altari o condanne, che permette uno squarcio in questa pagina ancora tabù della storia, parlando dei vinti.
“Avevo un bel pallone rosso” è in scena fino a domenica 4 novembre al Piccolo Teatro Studio Melato.

Claudia Pinelli

VETRINA

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