L’ORA DI RICEVIMENTO

(Visto al Teatro Franco Parenti il 29 ottobre)

Di Stefano Massini – Regia di Michele Placido

Bentivoglio, professore di periferia,
riceve a Teatro

 In L’ora di ricevimento di Stefano Massini, per la regia di Michele Placido, di recente in scena al Teatro Parenti, è rappresentato lo spaccato ironico e amaro di un anno scolastico tipo, in una multietnica periferia metropolitana, visto attraverso gli incontri genitori-docenti, che evidenziano disagi e tensioni socioculturali, familiari, relazionali. Per arrivare a capire che, chi crede di aver afferrato tutto, in realtà si lascia sfuggire molto. 

Siamo in una scuola di un’esplosiva banlieue francese, “una scatola di intonaco” la cui continuità è interrotta solo da porte e finestre. Un melting pot di etnie e religioni, in cui l’ora di ricevimento con i genitori degli alunni si trasforma in un caleidoscopio incandescente e ironico di tensioni sociali e di conflitti.

Siamo palesemente in un’aula, ma gli allievi non sono mai in scena. Spetta al pubblico immaginarne i visi e le fattezze grazie al ritratto della classe che ne fa il professore di materie letterarie Ardeche (Fabrizio Bentivoglio): ognuno è ribattezzato da questi con un ironico soprannome, che lo classifica in un prototipo di alunno riscontrabile in qualsiasi classe al mondo; prototipi che saranno poi protagonisti, ognuno a suo modo, di un frammento successivo dello spettacolo.

Il professor Ardeche è un disilluso, un cinico, uno spietato osservatore e un lucidissimo polemista, che persegue il suo trionfo pedagogico: portare fino in fondo i suoi allievi alla fine del percorso scolastico senza perderne nessuno per strada. La sua categorizzazione degli studenti ha luogo in un lungo monologo introduttivo, a cui succedono brevi colloqui nei quali emergono – attraverso le comiche e grottesche pretese e polemiche dei genitori dei ragazzi – disagi e tensioni socioculturali, familiari, relazionali (in cui si riflettono, evidentemente, le turbe adolescenziali dei protagonisti).

Quella introduttiva è sicuramente la parte più interessante dello spettacolo: Bentivoglio usa tutto il suo “mestiere” – che emerge in una possente ma armoniosa presenza scenica – per tenere incollato lo spettatore sul “ritratto” di questi giovani. La regia e l’apporto scenografico in quel frangente sono essenziali e semplicissimi, e la sua interpretazione, la gestualità studiata ma spontanea, il tono di paternalistico e rassegnato narratore di storie, reggono da soli il lungo discorso.

Un ritratto fin troppo puntuale e asettico per essere quello di una giovane umanità in crescita. Ma è proprio così che deve essere: il personaggio del professore è proprio disegnato per apparire come colui che ritiene saccentemente di aver compreso tutto, di stare dal giusto lato della “battaglia” quotidiana (pur con la rassegnazione che lo caratterizza). Tanto da arrivare a “crollare” di colpo nel finale: una conclusione che sembra un po’ arrampicarsi a fatica su qualcosa di troppo verboso e non molto definito, ma che riesce a esprimere bene come il tanto cinico e sicuro professore in realtà abbia tralasciato molto dei suoi allievi, così intento a incasellarli.

Quel che forse convince meno, man mano che lo spettacolo avanza, è invece proprio il cuore della pièce: il mosaico di brevi colloqui con questa umanità assortita di madri e padri. Scenette di carattere comico, che strappano sì sorrisi, ma anche qualche. Ma un merito lo hanno: quello di allentare un minimo la tensione sulle contraddizioni e le complessità di una società multietnica e multireligiosa, con cui sempre più spesso facciamo i conti.

In scena, accanto a Fabrizio Bentivoglio, recitano Francesco Bolo Rossini, Giordano Agrusta, Arianna Ancarani, Carolina Balucani, Rabii Brahim, Vittoria Corallo, Andrea Iarlori, Balkissa Maiga, Giulia Zeetti, Marouane Zotti.

Filippo Nardozza

HOME