TEATRO ELFO PUCCINI - SALA SHAKESPEARE

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ARLECCHINO SERVITORE DI DUE PADRONI

Fino al 4 febbraio 2020

di Carlo Goldoni
regia Valerio Binasco
scene Guido Fiorato, costumi Sandra Cardini
musiche Arturo Annecchino
luci Pasquale Mari
con Natalino Balasso, Fabrizio Contri, Michele Di Mauro, Lucio De Francesco, Denis Fasolo, Elena Gigliotti, Carolina Leporatti, Gianmaria Martini, Elisabetta Mazzullo, Ivan Zerbinati
assistente regia Simone Luglio, assistente scene Anna Varaldo, assistente costumi Chiara Lanzillotta
Teatro Stabile di Torino – Teatro Nazionale

Visto da Adelio Rigamonti al Teatro Elfo Puccini – Sala Shakespeare il 29 gennaio 2020

ARLECCHINO SERVITORE DI DUE PADRONI

LE PEZZE SULLA PELLE DELL’ARLECCHINO DI BINASCO

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L’Arlecchino di Valerio Binasco, oltre a essere diverso da quello celeberrimo di Strehler, è soprattutto frutto di una lettura del testo goldoniano coraggiosa e inedita.

Il regista opera contemporaneamente due rivolgimenti temporali: sposta l’azione nell’Italia postbellica all’interno di una borghesia micragnosa, ma soprattutto leva di peso il testo dalla Commedia dell’Arte quasi a collocarlo nell’immediato dopo riforma della commedia operata da Goldoni, quando quest’ultimo obbligò gli attori a riferirsi a un testo scritto, rinunciò alle facili buffonerie, eliminò gradualmente le maschere, conferendo loro un’individualità sempre più marcata, trasformando la Commedia dell’Arte in “commedia di carattere” e inserì l’azione nel concreto tessuto sociale della classe borghese mercantile.

L’Arlecchino prodotto dal Teatro Stabile di Torino si muove all’interno di un’interessante scenografia di Guido Fiorato dalle tinte delicate, con pannelli e teli calati dall’alto e con porte vere ma che paiono incardinate nel nulla: una scenografia che soprattutto nella casa di Pantalone ricostruisce un salotto borghese mercantile dei primi anni sessanta.

Una volta intelligentemente svincolata l’opera dal contesto della Commedia dell’Arte, ovviamente scompare il costume dalle pezze multicolori, le maschere e le piroette strehleriane. Il costume tradizionale di Arlecchino si è trasferito sulla pelle stessa dello sfortunato protagonista a furia di frustate impartitegli dai veri padroni. In questa rilettura il protagonista è un povero Cristo un po’ scalcagnato a cui dà vita un eccellente Natalino Balasso. Quest’ultimo dà una concretezza terragna e pregna di sofferenza al proprio personaggio tutto preso a osservare, quasi una estraniazione, il comportamento dei signori che serve e di quelli che lo circondano. Da tale osservazione esce un sorta di mugugno sofferto, fatto di mezzi toni, che crea empatia col pubblico per questo sottomesso un po’ sempliciotto, sempre preda di una fame atavica e che spesso, quando si sofferma a pensare, crea i guai maggiori.

In questa rilettura di Binasco si ha il piacere di riscoprire non tanto il linguaggio (un mix di facile dialetto e di italiano), quanto ciò che Goldoni aveva messo di nuovo nel suo Truffaldino, titolo originale mutato da Strehler in Arlecchino servitore di due padroni.

Il linguaggio usato da Binasco procede soprattutto per immagini quasi cinematografiche e a quel mondo si riferisce con frequenti richiami alla prima commedia italiana (De Sica per fare un nome). A volte, e in modo particolare alla sistemazione delle valigie per dar aria agli abiti, il linguaggio usato si fa anche clownesco, che non guasta per nulla.

Natalino Balasso entra perfettamente nel ruolo di questo Truffaldino/Arlecchino, non propriamente agile ma riflessivo, sofferto e sofferente, capace di addossarsi in ogni particolare il compito affidatogli dal regista di trasportare la maschera in un carattere sicuramente più complesso. Bravo davvero.

Altrettanto bravi tutti gli altri componenti del cast a partire da Michele Di Mauro, un Pantalone un po’ sornione e molto trafficone. Gli fa da spalla, nel ruolo del dottor Balanzone, Fabrizio Contri che riesce a dar corpo alle sue titubanze contro le quali sviscera massime latine. Denis Fasolo dà la giusta forza a un irascibile e infantile Silvio, l’innamorato di Clarice interpretata da Elena Gigliotti che ben veste i panni di una confusa e dubbiosa ragazza succube del padre Pantalone. Convince Elisabetta Mazzullo (Beatrice), a lungo nelle vesti maschili di suo fratello ucciso in duello da Florindo  di cui è innamorata. Decisamente a proprio agio Carolina Leporatti nel ruolo di Smeraldina, l’altra faccia al femminile dell’essere poveri e sottomessi.

Piacciono anche Gianmaria Martini (Florindo), Ivan Zerbinati (Brighella) e Lucio de Francesco, un simpatico servitore partenopeo. Da non perdere.

Adelio Rigamonti