TEATRO STUDIO MELATO

IVAN

Ivan

Dai “Fratelli Karamazov” di F. Dostoevsij
Regia di S. Sinigaglia

IN 80 MINUTI “IL SUCCO” DEI KARAMAZOV

Al Teatro Studio Melato, fino al 5 marzo, è di scena Ivan, liberamente tratto da I fratelli Karamazov di Fëdor Dostoevskij nell’ardita e, al contempo, splendida riscrittura di Letizia Russo.
Nell’assai evocativa scena di Stefano Zullo (un’enorme spirale in ferro dai cui pendono centinaia di pagine strappate e stropicciate) si muove e prende gran corpo un testo arduo, esemplare. Il nucleo centrale della narrazione drammaturgica di Letizia Russo, che si è avvalsa della consulenza non solo linguistica di Fausto Malcovati, è il capitolo in cui Dostoevskij fa raccontare a Ivan, al fratello minore Alëša, l’immaginario ritorno del Cristo sulla Terra nella Siviglia dell’Inquisizione. Subito compie miracoli e la folla, ancora prima di riconoscerlo come Cristo, lo acclama come Salvatore: immediatamente viene arrestato dall’Inquisizione e durante la notte, in cella, riceve la visita del novantenne capo dell’Inquisizione che lo riconosce e subito lo rimprovera per essere tornato a rovinare i suoi piani e di minare il progetto di una pacifica convivenza fra gli uomini. L’Inquisitore sostiene che l’idea di libertà contenuta nel messaggio evangelico è troppo dura per gli uomini condannati dunque all’infelicità e proprio per ciò si decise di seguire il progetto di concedere la felicità terrena agli uomini attraverso la pratica di gesti esteriori da tutti comprensibili. In questo modo anche gli ultimi penseranno di poter raggiungere la felicità eterna, la speranza dell’aldilà, una volta sottomessi ai precetti della Chiesa cattolica, dunque tutti illusi e schiavi. Questo il progetto dell’Inquisizione che il ritorno del Cristo viene a inquinare.
Il testo originale di Dostoevskij, un capolavoro nel capolavoro, può in qualche modo rappresentare il pensiero filosofico di quell’ateismo che va sempre più sviluppandosi a cavallo tra il XIX e il XX secolo. Dio è un ostacolo che va superato perché alienante, così che l’uomo possa essere l’unico responsabile di tutto, anche della vita e della morte.
Il testo del Grande inquisitore è stato più volte adattato per il teatro, ma in questo caso Letizia Russo gli colloca attorno altre due parti, andando ben oltre con la sua riscrittura che, pur riducendo all’osso I Karamazov, riesce a trattenerne completamente il succo, la carne e il sangue.
Subito dopo l’entrata in scena il protagonista si chiede che cosa sia la famiglia Karamazov e che cosa abbia fatto per essere così importante. Poi nella prima parte si concretizza la figura del padre, vecchio alcolizzato interessato solo dal sesso e dal cognac, che provoca i figli in modo irruente e volgare sui pensieri filosofici che si agitano nelle loro menti, ponendo interrogativi sull’esistenza di Dio. Nella parte conclusiva, quella riscritta più corposamente in una sorta di affascinante pastiche linguistico che fonde termini francesi, inglesi e suggestioni tedesche, si concretizza la follia di Ivan originata dal complesso di colpa per l’assassinio del padre da lui auspicato, istigato.
Il tutto si chiude con la riproposizione dell’interrogativo di che cosa sia la famiglia Karamazov e che cosa abbia fatto per essere così importante.
Tra i due medesimi interrogativi lo sviluppo di un grande spettacolo sostenuto da un testo mirabile per la sua origine e per la sua preziosa riscrittura. Serena Sinigaglia imposta una regia accuratissima che smuove l’apparente staticità della scena sia con l’uso sapiente delle luci di Roberta Faiolo, sia con quella sorta di sciame musicale di sottofondo tenue, trattenuto, ma che a volte esplode, particolarmente nella terza parte, in attimi di fragorosità sonore coinvolgenti (emozionante l’improvviso, intenso Osanna). Pure i suoni sono stati ideati e curati dalla Faiolo.
A tutto ciò si aggiunge l’interpretazione magistrale di Fausto Russo Alesi, davvero un plusvalore impedibile. Quasi sempre seduto ai piedi, immerso nella base della spirale metallica, gestisce in modo mirabile, oltre all’imponente fisicità, la voce per toni, ritmi e sonorità spesso rapidamente contrapposti. L’attore riesce a tenere banco per oltre ottanta minuti e a muoversi sulle vie di un testo, pur difficile, che grazie anche alla sua interpretazione affascina e trattiene il pubblico composto, quasi una sorpresa di questi tempi, in gran parte di giovani e giovanissimi. Meritatissime le numerose chiamate al termine della prima. Da vedere e anche da rivedere.
a.r.

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