MATILDE E IL TRAM PER SAN VITTORE

Testo e regia di Renato Sarti

(Visto al Teatro Studio Melato  il 28 maggio 2019 da Adelio Rigamonti)

SU QUEI CARRI PIOMBATI

Di norma è improbabile che torni a vedere a distanza di una stagione lo stesso spettacolo, ma il buon ricordo che mi portavo dietro dalla stagione scorsa e il cambio di una delle protagoniste mi hanno convinto a farlo e a rivisitare, sia pur di poco, quanto avevo scritto nel gennaio del 2018.

Confermo da quella recensione che non ho mai ritenuto facile coniugare il concetto di teatro civile  con quello di buon teatro e confermo, se possibile ancora più radicalmente, che Matilde e il tram per San Vittore, scritto e diretto da Renato Sarti, di nuovo in scena al Teatro Studio Mariangela Melato fino al 9 giugno, mi ha fatto ricredere. Matilde è teatro militante necessario in questi momenti in cui molti dei valori fondativi della nostra storia repubblicana svaniscono nell’oblio dei più e, non più tanto striscianti, si agitano rigurgiti razzisti e fascisti esaltati da ministri della repubblica che esasperano il sentimento della paura verso il diverso per creare consenso (e le recenti elezioni europee lo testimoniano abbondantemente).

L’azione si svolge nell’area industriale di Sesto San Giovanni al tempo degli scioperi antinazisti dal ’43 al ’45; negli stabilimenti di quell’area, Falk e Marelli soprattutto, il prezzo pagato alla lotta antifascista fu, come si legge nella bella e completa presentazione dello spettacolo, molto alto con i suoi 570 deportati di cui 233 morirono nei lager. Il ricordo e il far rivivere quei tragici episodi sono affidati alle donne (madri, mogli, sorelle, figlie) di quegli operai protagonisti dei più grandi scioperi in Europa di quel periodo.

Il mondo portato in scena, senza retorica, da Renato Sarti è un mondo popolare, in cui si parla un ben studiato e indagato dialetto fuori porta, e in cui si consolidano, e in alcuni casi si scoprono, solidarietà e mutuo soccorso proletario. Da sottolineare come il testo, in alcuni suoi passi significativi, sia nato durante un corso teatrale (a partire dal libro di Giuseppe Valota Dalla fabbrica ai lager) tenuto da Renato Sarti nella Scuola Media Leonardo da Vinci di Monza.

Risultati immagini per piccolo matildeIl testo, di per sé importante, diventa buon teatro grazie a un allestimento registico e scenico (quest’ultimo firmato da Carlo Sala) che sfrutta con perizia ogni possibilità che offre il magnifico e assai duttile spazio scenico del Teatro Studio. Lo spettacolo, nel suo insieme, mi è sembrato decisamente cresciuto forse anche grazie a un alleggerimento dell’uso del dialetto e soprattutto a una diversa attribuzione di alcuni monologhi che ha reso lo spettacolo più sciolto ed esaltato un collettivo attoriale perfetto. Per un testo di per sé corale erano necessari una coralità e un equilibrio perfetti tra le tre interpreti.

Nell’ampio spazio scenico, allargato in alcune scene anche ad angoli delle balconate, si muove una Arianna Scommegna (la nuova arrivata al posto di Maddalena Crippa) della quale c’è ben poco da dire da parte mia: ben conosco e ammiro, da tempo, il suo gran talento  e la sua gran forza di collante del collettivo senza mai uscire dalle righe concedendosi vezzi da prima donna. Accanto a lei si muovono con facilità e bravura una Rossana Mola, come sempre puntale e precisa, ma con maggior grinta quasi fosse più conscia di quello che vale e, con estrema disinvoltura, una efficace Debora Villa che ribadisce a distanza di un anno di essere sempre più attrice completa e matura smentendo, ancora una volta, chi l’ha sempre definita solo un’ottima attrice comica.

L’episodio finale, che, per chi vedeva per la prima volta il lavoro di Renato Sarti, giunge quasi inaspettato e choccante, dà il titolo a tutto il lavoro ed è stato interpretato, nella sera del nuovo debutto, dalla giovanissima, ma sopratutto capace di grande emozionante empatia Giulia Medea. Da non perdere e magari, suggerisco, rivedere.

Adelio Rigamonti

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