PICCOLO TEATRO - TEATRO STUDIO MELATO

MANGIAFOCO

Fino al 22 dicembre 2019
drammaturgia e regia Roberto Latini
luci Max Mugnai
musiche e suono Gianluca Misiti
elementi scenici Marco Rossi
costumi Gianluca Sbicca
con Elena Bucci, Roberto Latini, Marco Manchisi, Savino Paparella, Stella Piccioni, Marco Sgrosso, Marco Vergani
coproduzione Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa, Compagnia Lombardi-Tiezzi, Fondazione Matera Basilicata 2019, Associazione Basilicata 1799 / Città delle 100 scale Festival
in collaborazione con Consorzio Teatri Uniti di Basilicata

Spettacolo consigliato dai 14 anni

Le recite del 30 novembre e del 7, 14, 21 dicembre 2019 sono sopratitolate in inglese
Sopratitoli a cura di Prescott Studio


Visto da Adelio Rigamonti al Piccolo/Teatro Studio Melato  il 28 novembre 2019

MANGIAFOCO

SÌ… MA?

“L’interrompersi di uno spettacolo e le sue reazioni (del pubblico), attraverso la fondamentale riflessione sull’attore, marionetta e burattinaio” è il fulcro, il tutto, di Mangiafoco, portato in scena al Piccolo Teatro/Teatro Studio Melato, dal visionario Roberto Latini, che torna a Milano dopo Il Teatro Comico. Dalla rivisitazione del testo goldoniano, qui il drammaturgo/regista/attore riparte per la sua personalissima riflessione/conversazione sul teatro nella sua totale complessità, dal pubblico agli attori contemporaneamente marionette e burattinai.

Sicuramente Mangiafoco è spettacolo che colpisce, soddisfa, entusiasma l’occhio, a partire dai bellissimi costumi di Gianluca Sbicca, dalla mossa e movimentata scenografia di Marco Rossi e dagli interessanti giochi di luci proposti da Max Mugnai.

Più difficile lasciarsi, non dico entusiasmare, ma per lo meno colpire del tutto dalla narrazione drammaturgica. Il testo vive soprattutto sulle narrazioni del vissuto, non solo teatrale, dei singoli attori della compagnia. Si comincia con tre attori che indossano grandi maschere del Topolino disneyano, danzano, scivolano sul palco leggeri per accomodarsi pubblico silente su tre sedie da vecchio cinematografo. Poi i Topolini si moltiplicano, ma indossando maschere neutre. Nel labirinto di simboli, troppi e non facili da collocare, di cui è sovraccarico lo spettacolo, forse proprio i Topolini costituiscono la prima barriera concreta a una comprensione esaustiva. Poi comincia lo spettacolo, in un’atmosfera da avanspettacolo, rutilante di luci, musiche e suoni, quest’ultimi a volte spiazzanti, di Gianluca Misiti. Il primo a scivolare in scena dall’alto è Marco Sgrosso in vestaglia da camera, aggredisce il microfono e… io, buonasera, mi chiamo Marco, sono dello scorpione e sono nato a Napoli. Da qui parte un gran collage di vissuto in cui dopo Marco Sgrosso si succedono Marco Manchisi, Marco Vergani, Savino Paparella, Stella Piccioni. I monologhi, spesso efficaci, irriverenti e divertenti, sono infarciti da molte citazioni, dalla Passione del Cristo a Totò e Eduardo, da Shakespeare a Leopardi e altro e un’infilera di tanti nomi di registi (soprattutto) e attori. Da questi ultimi elenchi emerge distinta la stima, se non la devozione, per un maestro riconosciuto come Leo De Berardinis.

Poi, suggerito da un enorme arco luminoso, il boccascena del Gran Teatro dei Burattini di Mangiafoco, ecco la rivisitazione contenuta di poche pagine del Pinocchio. Siamo nel capitolo in cui il burattino collodiano cerca di vendere il suo nuovo abbecedario per acquistare il biglietto che gli permetterà di vedere lo spettacolo e di congiungersi ai propri simili. Tutti gli attori della compagnia, in splendidi vestiti di frusciante carta bianca, sono i burattini del Teatrino. Stiamo vivendo il momento in cui Pinocchio interrompe lo spettacolo dei burattini, che come ricordato all’inizio è il topos fulcro dell’idea registica di Latini.

Dopo la parentesi collodiana, breve ma fondamentale per orientarsi nella complessa, anche se esile, narrazione drammaturgica, Elena Bucci ricorda il proprio vissuto teatrale recitando in chiusa Ibsen e poi chiude Roberto Latini con Pirandello e con un incomprensibile e di troppo monologhetto avverso ai teatri stabili dimenticandosi, forse, che per la seconda volta è autore, regista e interprete di produzioni del primo, non solo per data di fondazione, teatro stabile italiano.

Pur lasciando da parte questo ultimo grave svarione, il testo dello spettacolo è volutamente troppo frammentario e se poi si aggiunge una foresta di segni, in cui io non sono sempre riuscito a orientarmi, lascio la sala con la sola soddisfazione dell’occhio. Sì…ma?

Adelio Rigamonti