I GIGANTI DELLA MONTAGNA

Di Luigi Pirandello – Regia di Gabriele Lavia

(Visto al Piccolo Teatro Strehler il 26 febbraio 2019)

PRESENZA E AZIONE FISICA NEL PIRANDELLO DI LAVIA

Per assistere a I giganti della montagna di Gabriele Lavia allo Strehler, dove rimarrà in scena fino al 10 marzo, occorre, per gente che fu ammaliata dall’edizione strehleriana del 1966, far tabula rasa di impareggiabili ricordi ancora assai vividi. Dunque proviamoci a dimenticare Strehler e a dare a Lavia quel che di Lavia è.

Risultati immagini per i giganti di laviaGabriele Lavia sembra aver impostato la sua visione registica su una continua speculazione filosofica, limitando per scelta il potere assoluto della poesia che emerge prepotente dal grande e incompiuto testo pirandelliano, un continuo speculare filosofico nel tentativo, non completamente riuscito, di riflettere la faccia speculativa del grande drammaturgo siciliano in continuo equilibrio tra forma e sostanza e magia e realtà. La magia del Mago Cotrone, guida fisica e spirituale della compagnia degli Scalognati, si scompone e decompone a volte in banale prestidigitazione.

Ciò che colpisce è la fisicità che Lavia usa a paradigma per tutta la messa in scena. Fin dall’inizio, con ripetuti accenni a risse tra Scalognati e attori della contessa, si comprende come obiettivo principale sia quello di meravigliare, di stupire il pubblico. Ciò è evidente sin dal primo impatto visivo con la suggestiva, mastodontica scenografia creata da Alessandro Camera: un fatiscente teatro, assai ben disposto al definitivo crollo,  mostra resti di nobili  stucchi e palchetti.

All’interno di questo spettacolare contenitore scenografico dovrebbero succedersi apparizioni misteriose, inquiete e inquietanti. Il condizionale dovrebbero è d’obbligo perché tutto sembra soffocato nel troppo, nel debordante, nel troppo agito e spesso ci si ritrova ad affrontare suggestioni felliniane piacevoli, gradevoli all’occhio, ma poco ci incastrano col capolavoro pirandelliano.

Certo nel troppo di Lavia vi sono anche chicche di gran riguardo e geniali come le stupefacenti movenze del gruppo dei Fantocci, che altro non sono che l’idea di alcuni personaggi de La favola del figlio cambiato, che quel che resta della compagnia della contessa è pronta a recitare. Un lungo momento di riuscito e bel teatro in cui forma e contenuto ben s’assommano.

Lavia è un mago Cotrone più ingenuo e fanciullesco che ieratico, ma ciò nel contesto dello spettacolo è più pregio che guasto e personalmente convince la scelta registica di chiudere lo spettacolo nel punto in cui lo stesso Pirandello lo aveva lasciato senza ricorrere all’aggiunta postuma del figlio che indica finali non certi.

Quel ripetuto ho paura finale riesce, con tutta la forza drammatica e melanconica della poesia, a stemperare d’un poco la troppa vigoria fisica presente nel pur ricco e alla fine assai applaudito spettacolo di Lavia.

Adelio Rigamonti

 

   

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