OMBRE FOLLI

(Visto al Teatro Filodrammatici il 25 ottobre 2017)

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Di Franco Scaldati – Regia di Enzo Vetrano e Stafano Randisi

IL LIRISMO DELLE OMBRE

Lecite/Visioni, la Rassegna di Teatro Omosessuale giunto alla sua sesta edizione, mercoledì 25 ha presentato nella sua sede storica del Teatro Filodrammatici Ombre folli di Franco Scaldati, scomparso nel 2013, poeta e drammaturgo siciliano schivo e appartato, ma una delle voci più autorevoli della letteratura non solo siciliana.

Ombre folli è testo complesso e non di immediata comprensione, ma se ci si lascia prendere dalla musicalità poetica del testo, indubbiamente bello e lirico, non è arduo entrare per porte dischiuse nella vita delle due ombre folli, interpretate in modo avvolgente dagli affiatatissimi Enzo Vetrano e Stefano Randisi.

Difficile è soprattutto la prima parte sospesa apparentemente tra sogno, ricordo, rimpianto in cui la morte, l’idea di morte è elemento dominante. Due attori in scena alle prese con un colloquio per monologhi paralleli, in cui si riprendono in modo quasi identico, a volte con lievi differenze, in una specie di ripetizione esplicativa del già detto, magari con qualche termine tradotto da un armonico dialetto arcaico, classico benché di sovente scabroso. Ad aiutarci, sempre nella prima parte, la proiezione sullo sfondo della traduzione in italiano a ritmo della battitura di una macchina per scrivere che di lato, quasi sul proscenio, uno dei due interpreti sta usando.

Più comprensibile la seconda parte quando le ombre dei due uomini si raccontano in modo più piano, mantenendo una liricità coinvolgente anche se il linguaggio si fa aspro e crudo.

Il primo è un garruso con la passione tenuta nascosta di travestirsi e truccarsi e andare sulla strada a praticare orgogliosamente l’arte in cui è Maestra. Il personaggio interpretato da Enzo Vetrano  è praticamente un serial killer, infatti qualora venisse riconosciuto, all’apice dell’orgasmo sventra lo sfortunato partner occasionale. L’altro uomo scopre questa passione segreta con risvolti aberranti e assassini dell’amico e, amandolo come fosse un figlio, cerca in ogni modo di redimerlo: non gli resta che sequestrarlo per cercare di vivere serenamente, complici e dipendenti l’uno dall’altro, fino alla vecchiaia, alla morte.

Piace e convince il testo che procede rapido per questi colloqui senza scambi di battute, monologhi paralleli e quasi sovrapposti che di sovente sanno essere struggenti.

Personalmente mi convince meno il finale quando l’intimità sofferta delle due ombre è quasi soffocata da  una vecchia canzone eseguita da Jhonny Dorelli, sparata ad alto volume.  Applausi strameritati per il testo e la maiuscola intepretazione di Vetrano e Randisi.

Adelio Rigamonti

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