PICCOLO TEATRO - PAOLO GRASSI

MISERICORDIA

Fino 16 febbraio 2020

scritto e diretto da Emma Dante
luci Cristian Zucaro
con Italia Carroccio, Manuela Lo Sicco, Leonarda Saffi, Simone Zambelli
coproduzione Piccolo Teatro di Milano– Teatro d’Europa, Atto Unico / Compagnia Sud Costa Occidentale, Teatro Biondo di Palermo

Le recite del  1, 8, 15 febbraio 2020 sono sopratitolate in inglese
Sopratitoli a cura di Prescott Studio 


Visto da Adelio Rigamonti al Piccolo/Teatro Grassi il 24 gennaio 2020

MISERICORDIA

EMMA DANTE OVVERO GRAN TEATRO ATTORNO AL DEGRADO

Con Misericordia, in scena al Piccolo Teatro Paolo Grassi, i l teatro di Emma Dante riesce di nuovo a coinvolgere empaticamente il pubblico. Misericordia è il teatro come lo vede e interpreta la drammaturga e regista siciliana. E al centro drammaturgico di questo testo e del suo teatro c’è, vien voglia di dire come sempre, il disagio, che genera uno sguardo duro, spietato, ma al contempo dolce e lirico, sugli ultimi, sui degradati, in una permanente analisi artistica dell’attuale. In ciò che presenta Emma Dante non bisogna cercare né pensiero politico né quello sociologico: è solo teatro del corrotto, del degradato.

È teatro essenzialmente fisico dove la corporeità si mischia, se addirittura non si sovrappone al recitato.

All’inizio in scena quattro sedie e tanto lerciume. Il disagio già la fa da padrone con tre donne che sferruzzano quasi con rabbia per mostrare forse capacità e velocità e in mezzo a loro, sul lato destro del palco, un giovane disadattato che gesticola freneticamente ed emette suoni, gemiti infantili. Il rumore dello sferruzzare delle tre donne è il primo momento di dialogo che poi nel breve si svilupperà in un letto di fonemi incomprensibili da cui gradualmente emergerà forte, sottolineato dalle lingue parlate diverse tra loro (due parlano in siciliano e una in pugliese), la litigiosità astiosa tra le tre donne. Tre donne unite indissolubilmente dall’affetto verso Arturo, il ragazzo mai cresciuto, nato settimino da una madre uccisa dopo il parto da un marito violento che con le percosse alla moglie durante la gravidanza ha contribuito alle tare del figlio. Le donne, che fanno la maglia e litigano di giorno, di notte si affacciano sulla via per offrire le proprie grazie sfiorite. Il denaro serve anche e soprattutto per far ricoverare in un ospizio, più accogliente della topaia in cui vivono, il piccolo Arturo, che se ne andrà accompagnato dalla banda sognata, con la sua valigetta con i poveri oggetti della sua infanzia e il denaro ricavato dalle tre donne. Solo nell’addio Arturo pronuncerà l’unica parola della pièce.

Spettacolo che crea, come detto, molta empatia col pubblico. Pur nella brevità, un’ora circa, il lavoro è molto intenso e procede soprattutto per immagini e gestualità, con accenni non velati al mondo del cinema. Convincono in modo particolare il Marcondirodirondello efficace e trattato come mezzo di fuga o elevazione dal degrado per tutti e quattro e l’autovestizione di Arturo nel sottofinale, quasi  poeticamente chaplinesco . Convincono tutte le scelte musicali, soprattutto il Fiorenzo Carpi del Pinocchio di Comencini, più utili di tante parole per sottolineare una sorta di disperato parallelismo tra Arturo e Pinocchio.

L’impietoso ritratto del degrado si chiude nel segno della speranza, il mandare Arturo in un ospizio non è un rifiuto ma il concreto desiderio che per lui si compia un futuro migliore.

In scena ritroviamo  Italia Carroccio (nel ruolo di Bettina), Manuela Lo Sicco (Nuzza) e Laeonarda Saffi (Anna), pedine importanti in molti lavori recenti e no di Emma Dante. Le tre attrici sono perfette soprattutto nell’allestire il sommesso discutere, un parlarsi nelle orecchie dell’inizio, e sono, pur nella loro asprezza e litigiosità, eccezionali portatrici di affetto.

Arturo è interpretato dal danzatore Simone Zambelli e, anche per chi come me si muove male nel mondo della danza, stupisce e sorprende per il lirismo dei suoi movimenti pur se volutamente e appropriamente sgraziati. La sua autovestizione è una perla che va ben oltre l’appagamento dell’occhio. Da vedere.

Adelio Rigamonti