ANTROPOLAROID

(Visto al Teatro Ringhiera il 23 settembre 2017)

Di e con Tindaro Granata

UN CIAO PER CONTINUARE A COMBATTERE

Sabato 23 mi sono sentito moralmente obbligato a recarmi al Teatro Ringhiera, quasi per un senso di testimonianza e, sia pure di molto defilato, di appartenenza alla storia intricata degli ultimi mesi della compagnia Atir che per dieci anni ha dato un grande contributo al consolidamento del teatro milanese del dopo Strehler, ma che ha contribuito in gran parte anche a “bonificare” il territorio circostante al teatro. Il teatro Ringhiera, ormai dovrebbe essere noto a tutti, sarà chiuso per inderogabili ristrutturazioni dai primi giorni di ottobre. Inutile astrologare sul futuro del luogo e della compagnia, che si appresta a una stagione on the road grazie alla collaborazione di gran parte dei teatri milanesi, grandi o piccoli che siano, disposti a ospitare gli spettacoli della compagnia ormai senza fissa dimora.

Il Teatro Atir/Ringhiera, per dire ciao al suo pubblico, ha donato, perché di dono credo che appropriatamente si possa parlare, Antropolaroid di e con Tindaro Granata: uno spettacolo denso e quasi spensierato allo stesso tempo, e addirittura a tratti esilaranti benché, quasi nella riproposizione di un moderno e attualizzato cuntu della tradizione siciliana, tutto si svolga su un ordito drammatico se non tragico. Uno spettacolo fatto, intriso di relazioni/emozioni personali e sociali e in questo si scorge più di un punto di contatto con la situazione attuale della compagnia.

Ciò che, da solo in scena con una sedia, ci racconta con gran bravura Tindaro non è e non vuole essere solo una foto ricordo della famiglia, una memoria domestica, ma un affresco irriverente e cattivo, ma anche ricco di tenerezze e amore, di un’intera regione, la Sicilia, e ben oltre.  Alla vita della famiglia Granata scorre quasi in parallelo con pericolosi e gravi intrecci quella della potentissima famiglia mafiosa del messinese dei Badalamenti, non solo di Tano, il mandante dell’assassino di Peppino Impastato.

Il cuntu inizia con il bisnonno di Tindaro, Francesco che, malato di cancro, si impicca per non scendere a compromessi con la mafia dei Badalamenti che vorrebbero ogni suo bene per farlo curare in una clinica milanese. Splendida la figura che Tindaro tratteggia della bisnonna che sulla tomba del marito suicida sfoga tutta la sua rabbia per essere rimasta sola e sempre da sola partorirà in un frammento ricco di liricità. Poi ecco il nonno omonimo dell’attore che per pochi soldi forse commette un delitto ordinatogli dalla cosca, il forse è d’obbligo perché tutto accennato vagamente e rinchiuso nella notte nera di cui si tacerà per sempre. Poi il padre, il primo della famiglia che lascia la Sicilia espatriando in Svizzera da cui ritorna con l’intenzione di aprire una falegnameria ma per farlo dovrà garantire i voti per l’elezione a sindaco del figlio dei Badalamenti.

Infine Tindaro stesso che decide di rompere definitivamente quel circolo vizioso del chi nasce pescatore muore pescatore, chi nasce schiavo muore schiavo. Tindaro ha un gran sogno da realizzare: diventare attore. Un anno imbarcato come militare e nel corso di quest’anno incontra un nipote Badalamenti: i due diventano amici e Tindaro si prodigherà per far sì che il giovane Badalamenti riesca a sfuggire al destino da malavitoso in un finale teatrale forse un po’ confuso e non del tutto chiaro.

Nonostante l’assenza di un finale esplicitamente chiaro, Antropolaroid è decisamente un lavoro importante, un’operazione teatrale necessaria e coraggiosa. Accanto a ciò vi è da sottolineare una prova attoriale maiuscola, a cui d’altronde Tindaro ci ha abituato: una sequela di familiari che si susseguono, quasi rimbalzando, nel tempo, come in scatti fotografici, da qui il riferimento nella seconda metà del titolo: immagini veloci, uomini e donne identificati da un passo o dal giacchino più o meno tirato sul capo. Un testo e una prestazione attoriale che non scadono mai nel melodrammatico e anche attraverso passaggi esilaranti (uno per tutti le splendide lezioni di valzer) allestisce un affresco esauriente non solo del meridione miscelando con mestiere fenomeni di costume e gli impeti, più recenti, per reagire, per migliorare, per non rimanere pescatore anche se sei nato pescatore. La grande abilità gestuale e un’attenta ed efficace mimica facciale aiutano, e di molto, il pubblico a comprendere anche quando un coloratissimo e un po’ arcaico dialetto siciliano può apparire limitante alla comprensione.

Un grande dono di Tindaro Granata al pubblico del Ringhiera e quasi un invito gridato alla compagnia di Atir nel suo complesso non solo attoriale a continuare a combattere per una società migliore.

Adelio Rigamonti

 

TINDARO GRANATA IN ANTROPOLAROID

Un promo dello spettacolo postato su YouTube il 27 settembre 2017.

 

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