DISGRACED

(Visto al Teatro Filodrammatici il 23 marzo 2018)

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Di Ayad Akhtar – Regia di Jacopo Gassmann

TRA CRISI IDENTITARIA E  IPOCRISIA

Al Teatro Filodrammatici è andato in scena, per la regia di Jacopo Gassmann, Desgraced, di Ayad Akhtar, americano di origini pakistane, che nel 2013 si è aggiudicato il premio Pulitzer per il Teatro con questo testo.

A luci accese, mentre il pubblico prende posto, è facile intuire dall’approccio con la scenografia di  Nicola Bovey (un salotto bene della medio alta borghesia americana d’oggi) come tutta la pièce sarà plasmata da una regia assolutamente realistica. Il protagonista è Amir (portato in scena dall’ottima interpretazione di Hossein Taheri). Amir è un avvocato finanziario con l’obiettivo di consolidare sempre più la sua già brillante carriera e per raggiungere questo fine ha cercato di accantonare le sue origini pakistane e islamiche. Tra un whiskey  e un altro, Amir continua a evidenziare le distanze dal suo mondo originario. Lo fa a partire da sua moglie Emily (Lisa Galantini), pittrice newyorkese, grande estimatrice della cultura, e in particolare della pittura, dell’Islam, alla quale racconta di un’infanzia in cui era costretto a rifiutare qualsiasi rapporto/contatto con ebrei. Per accontentare il nipote musulmano Abe (Marouane Zotti) affianca, ma in maniera attenta e defilata, il collegio di difesa di un imam sotto processo; da qui, dopo che i giornali sottolineano la sua presenza al processo, prende l’avvio una irrefrenabile reazione a catena che farà crollare il suo status sociale così tanto ricercato con dissimulazioni e menzogne. In particolare il tutto si scatena nel corso di una cena, nelle intenzioni assolutamente conviviale e amicale, organizzata da Emily per invitare il gallerista Isaac (un talentuoso Francesco Villano) e la moglie di questi  Jory (Saba Anglana) avvocato in carriera e collega di studio di Amir. Ben presto le battutine al curaro di Isaac, felicemente ebreo,  e di sua moglie Jory metteranno a dura prova il consueto aplomb di Amir trascinato in un dissidio socio-politico in cui tutte le ricercate distanze dal mondo islamico crollano in breve e ben presto il clima si appesantisce con l’inserimento di accadimenti e rivalse personali.

Lo spettacolo, che non dà risposte ma sicuramente richiede al pubblico di porsi molte domande in bilico tra l’orgoglio del violento attentato dell’11 settembre e l’ipocrisia dei cosiddetti politically correct, è sorretto da un testo drammaturgicamente scorrevole, senza intoppi e certamente potente, violento e soprattutto attuale nei temi della paura dell’altro e dell’islamofobia tutt’attorno alla lacerazione interiore della questione di un’identità ritenuta solo pericolosa dall’ipocrisia che opprime l’oggi.

Piacciono e convincono oltre alla regia accurata di Jacopo Gassmann, i video di Alfredo Costa efficaci, di impatto e congrui al testo.

Adelio Rigamonti

 

 

 

Adelio Rigamonti