(Visto al Piccolo Teatro Paolo Grassi il 23 ottobre 2018)

FINALE DI PARTITA

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Di Samuel Beckett – Regia di Andrea Baracco

CHE SENSO HA ESISTERE?

Finale di partita, brillantemente in scena al Piccolo Teatro Paolo Grassi, è testo che assai improbabilmente potrà in qualche epoca futura divenire vecchio, superato. Non potrà divenirlo perché, al di là degli innumerevoli aggettivi che si sono spesi per cercare in qualche modo di interpretarlo, di spiegarlo, il testo, apparentemente senza senso, ruota significativamente sulla finitezza tormentata dell’uomo. Più che uomini, larve che continuano una partita irrimediabilmente votata alla sconfitta. Il testo e di conseguenza lo spettacolo è agito attorno alla domanda “che senso ha esistere?”.
Tutto si svolge, o meglio si consuma,  in uno stanzone, un forse rifugio antiatomico. La luce, il collegamento col mondo esterno, avviene attraverso due finestrelle, in alto tanto da richiedere l’uso di una scala per affacciarvisi, una destra e una a sinistra. Al centro di quello stanzone, privo di mobili, la poltrona a rotelle, una sorta di trono su cui siede il vecchio cieco e malandato Hamm, una sorta di re di un’estrema partita a scacchi che non si vuole rinunciare di giocare. Al fianco di Hamm vi è Clov, una specie di famiglio/servo antagonista e complice allo stesso tempo. Hamm è sempre seduto, Clov in piedi perché un male non definito gli vieta di sedersi. I due, indissolubilmente legati, sono coinvolti in continui alterchi, che pur in una vita senza vita e senza probabile riscatto, li rendono sempre dipendenti l’uno dall’altro, vittima e carnefice in un gioco alternato di repulsioni e, in qualche modo, affetti. Nelle note di regia Andrea Baracco annota che i due personaggi  “Sono complementari, ma ostili, ferocemente legati l’uno all’altro, Clov con un passo fuori dalla porta, da sempre e per sempre in procinto di varcare la soglia e via, scapparsene via, Hamm che, da parte sua, non fa altro che invitarlo costantemente verso l’uscita, e neppure in maniera tanto delicata, più con violenti spintoni che con amorevoli saluti”.
Hamm e Clov non sono in totale solitudine. A sinistra del palco ci sono Nagg e Nell. Sono i vecchi genitori di Hamm, in realtà visivamente assai più giovani. Sono rinchiusi in cassonetti della spazzatura, che in qualche modo ricordano stie per polli o conigli. I due genitori, privi di gambe per un incidente avvenuto tempo addietro in tandem, vivono, nudi, in condizioni animalesche su una lettiera di sabbia. Vivono quasi emarginati come fossero tristi giocattoli alla mercé soprattutto di Hamm, talmente emarginati che quando Nell, la madre, muore, tutto passa in una quasi totale indifferenza.
Il gran testo di Beckett è impreziosito da un eccellente allestimento. La regia di Andrea Baracco è lineare e quasi sempre fedele alle obbliganti indicazioni registiche contenute nello stesso testo. Indicazioni tanto minuziose e precise da giungere a indicare addirittura quanti passi deve compiere il personaggio di Clov per recarsi, all’inizio della pièce, da una finestrella all’altra. Dalle osservazioni beckettiane Andrea Baracco si distacca, come detto, raramente. Lo fa all’inizio quando a sipario chiuso fa uscire Clov con una rumorosissima sveglia che dà il la allo spettacolo. Il ticchettio pesante della sveglia tornerà spesso solo o mixato alle interessanti musiche originali e necessarie di Giacomo Vezzani. L’altra occasione in cui Baracco si distacca, e in modo notevole, è nel dare una vigorosa sottolineatura del carattere quasi animalesco dei due genitori, non più nei famosi bidoni di Beckett ma nudi nelle stie di cui ho già detto.
Nel ruolo di Nell e di Nagg Marcella Favilla e Mauro Mandolini sono ben calibrati e guidati nel ruolo, non facile, problematico, assurdo e con venature quasi isteriche soprattutto in Nagg.
Glauco Mauri e Roberto Sturno sono formidabili a dar vita all’esistenza inanimata, vegetativa narrata da Beckett. L’affiatatissima coppia di non più giovani attori, Glauco Mauri ha da poco festeggiato gli ottantotto anni, offre, lontano dagli stereotipi del teatro dell’assurdo, una recitazione naturalistica di grande impatto. Applausi meritati e spettacolo da non perdere.

Adelio Rigamonti