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ISABEL GREEN

(Visto il 23 gennaio 2018 alla Sala Bausch del Teatro Elfo Puccini)

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RECENSIONE

OSCAR ALL’INTERPRETAZIONE

Isabel Green, progetto e regia di Serena Sinigaglia e testo di Emanuele Aldrovandi, in scena alla Sala Bausch dell’Elfo, è spettacolo che mi costringe a trattenermi dal troppo dire per non svelarne gran parte del flusso narrativo e il coinvolgente epilogo. Tuttavia lo spettacolo, pur intelligentemente contenuto nella durata, è talmente ricco di emozioni, suggestioni e di preziosi suggerimenti per un’analisi del felice allestimento da permettere di sfiorare appena la trama ricorrendo al quanto di sufficiente scritto nel comunicato stampa. L’azione si svolge sul palco del Dolby Theater dove Isabel Green, una star di Hollywood, sta lì aggrappata al suo tanto desiderato Oscar che le è stato appena consegnato (alla settima nomination!) quale migliore attrice protagonista.

Dovrebbe essere al massimo della felicità, ma dentro di lei si rompe l’argine tra razionalità e follia depressiva, tra finta emozione contingente per il premio ricevuto e uno scardinamento della sua esistenza a partire da quando bambina cominciò a dedicarsi con tutte le forze alla coltivazione del dono della recitazione.

Il testo del giovane drammaturgo Emanuele Aldrovandi non incontra impuntature giocando con abilità variazioni cromatiche del linguaggio per offrire il complesso continuo tentativo da parte di Isabel di zittire la propria depressione, la propria solitudine, una battaglia vera e propria in un ego guastato da tempo, lavoro e stanchezza fin quando appunto l’argine si è rotto e il filtro si è fuso con ciò che era da filtrare.

La regista Serena Sinigaglia, le cui utili note pubblico qui affianco, oltre a ribadire la sua consueta intelligenza interpretativa e la capacità di non essere invasiva rivela in questa occasione grandi doti maieutiche essendo riuscita a tirar fuori tutto da Maria Pilar Pérez Aspa, già apprezzata brava e duttile interprete di Zafferano, che in questo lavoro tocca apici di assoluto rilievo.

Maria Pilar Pérez Aspa, dopo un paio di battute, non di più, in cui tradisce emozione, gestisce un personaggio difficile, contorto, tribolato con bravura e grande maturità. Con mutazioni di toni, dal frenetico al rallentato e iterato, dal sussurro di un tormento interiore al visceralmente urlato della sua depressione esplosa in follia, si impone come attrice da seguire con grande attenzione nel prosieguo della sua carriera. Un’interpretazione, anche per rimanere in tema con l’argomento trattato dal testo, da premio per l’interpretazione maiuscola.

Nella speranza che Isabel Green venga riproposto presto dopo il tutto esaurito per ogni replica all’Elfo, suggerisco di non perdere lo spettacolo alla prima occasione utile.

Adelio Rigamonti

DAL COMUNICATO STAMPA

NOTE DI REGIA

Se non vi foste già imbattuti nel libricino del filosofo coreano Byung-Chul Han, “ La società della stanchezza”, andate a procurarvelo: pochi euro, molta soddisfazione. Han descrive la nostra come la “ società della stanchezza”. Non esiste più lo scontro-confronto tra padrone e operai, non c’è il nemico da abbattere, la rivoluzione da sognare. Datore di lavoro e lavoratore coincidono: siamo noi stessi. Noi ci imponiamo ritmi lavorativi ed esistenziali degni del peggior modello fordista, noi siamo al contempo schiavi e schiavisti. In eterna “prestazione”, il tempo, tutto il tempo, diventa “produttivo”, una catena perversa che pare inarrestabile. La conseguenza naturale di un siffatto stato di cose è una stanchezza enorme, paradossale, simile alla morte.

Ecco allora spuntare nuove malattie quali la sindrome del “ burnout”. Depressi o isterici, comunque spossati e sfiniti. Da queste premesse è nato Isabel Green.

Volevo trovare un modo per parlare di questo tilt epocale. Farlo con leggerezza e ironia, naturalmente (non serve certo aggiungere altra “pesantezza”).

Ho chiamato Emanuele Aldrovandi, ho condiviso con lui il pensiero di Han e altre considerazioni che vi risparmio, per non dilungarmi troppo. Vi basti sapere che dai nostri incontri, numerosi, dalle nostre riunioni, turbolente, dal nostro confronto, serrato, è uscito questo piccolo prezioso testo. Pilar mi è parsa subito l’attrice perfetta per Isabel. L’ho chiamata e lei ha risposto con grande entusiasmo: “ E’ vent’anni che lavoriamo assieme, Sere, e non abbiamo ancora mai condiviso un monologo. Era ora, cavolo!”.

Isabel è una super star di Holliwood. Bella, famosa, ricca e pure brava. Isabel ha atteso l’Oscar a lungo, come Di Caprio, e finalmente, come Di Caprio, lo ottiene con “Life of Mother Theresa”. Un sogno che si realizza, la tanto attesa consacrazione.

Adesso può parlare davanti a milioni di persone. In mano, la statuetta d’oro dell’Oscar. Ma quello che dirà non sarà affatto quello che ci aspettiamo. Fino all’ultimo, anzi, anche dopo l’ultimo istante del discorso, Isabel ci sorprenderà e lentamente, tra una risata e una lacrima, scivoleremo, quasi senza accorgercene, dentro il paradosso delle nostre stesse vite. Quel paradosso che così bene descrive Han.

Serena Sinigaglia