MEDEA SU VIALE ZARA

Di Elena Cotugno in collaborazione con Fabrizio Sinisi
Ideazione e regia Gianpiero Borgia

EURIPIDE SALE SUL FURGONCINO E CI STA BENE

 

Un furgoncino, con le tendine tirate coi colori della bandiera della pace, è parcheggiato all’angolo di via Savona con via Tortona, nei pressi del Teatro Libero. Nell’interno, di spalle al vano autista, una gran poltrona di pelle nera, un tavolinetto con un’abat-jour con pizzi demodé e una scatola di preservativi limitano l’angolo “bordello”; l’altro spazio ospita gli spettatori (massimo 7) dell’efficace pièce “Medea su Viale Zara” scritta e interpretata da Elena Cotugno, con l’aiuto di Fabrizio Sinisi e da un’idea, o meglio un’intuizione, di Gianpiero Borgia, che se ne sta alla guida del furgone in una giornata, venerdì scorso, di grandissimo traffico.
A bordo siamo in cinque, più ovviamente l’autista, che subito mette in moto. Dopo pochi metri il furgone viene fermato con veemenza da una vistosa donna dai capelli neri lunghi con un abbigliamento che non lascia il minimo dubbio sul suo essere prostituta. Sale, sbotta male parole con l’autista temendo di giungere in ritardo sul posto di lavoro.
La donna parla con un accento straniero: viene da Cocora, un piccolo centro della Romania: desiderava di venire in Italia per lavorare e magari sposarsi. Racconta delle grandi difficoltà per raggiungere, su una sorta di affollatissimo carro bestiame, l’Albania. Una volta giunta in Albania, nei pressi di Tirana vi è una sosta presso una stazione di servizio; qui la donna viene separata dal resto del gruppo, praticamente sequestrata per dieci giorni in albergo dopo che le sono stati tolti subito cellulare e passaporto. Da qui comincia la sua vita da marciapiede e il mutamento viene “comunicato” al ristrettissimo e traballante pubblico col togliersi i pantaloni e con lo sfilarsi una serie di coloratissimi slip.
Il racconto, che al’inizio aveva mostrato qualche incertezza o impuntatura messe lì ad arte e con intelligenza, assume ritmi più spigliati. Si tratta di una delle tante storie, più o meno uguali, di ragazze dell’Est, ma anche sudamericane e africane, che vengono fatte arrivare in Italia vittime di un “magnaccia” che le sfrutta. Una delle tante storie a cui siamo diventati quasi indifferenti perché rassegnati nella convinzione della nostra impotenza a fare alcunché.
Il grande traffico impone tempi diversi da quelli previsti dalla drammaturgia e opportunamente l’autista svolta appena sceso dal cavalcavia Bacula, in Piazza Lugano e torna verso il teatro Libero. Il racconto ci porta a conoscere la sempre più intensa storia “d’amore” con il “rosso”, il suo protettore dal quale avrà due gemelli “rossi” e dal quale sarà, con i figli ancora adolescenti, tradita per una “normale” per la quale la prostituta nutre una insana gelosia.
Da qui in poi si concretizza Euripide con i suoi miti e i suoi sconcertanti e terribili tragici finali.Euripide, ben preparato da tutto quanto narrato prima, “sale a bordo” e per chi conosce il mito di Medea c’è l’invito a gustare la lucida capacità interpretativa di Elena Cotugno nel rendere concreto quel mondo arcaico dominato dalle passioni, che anche i mille clacson di un traffico caotico e soprattutto la tanto vantata nostra razionalità non riescono a farci dimenticare. Per chi non conoscesse la Medea di Euripide invece v’è l’occasione di vederne una convincente rielaborazione che conserva molto del pathos originale.
Assai convincente Elena Cotugno non solo per le sue grandi capacità attoriali, del resto già conosciute anche in un bel Gli innamorati di Goldoni sempre al Teatro Libero, ma anche per aver saputo tenere a bada, con misurati e opportuni silenzi, il gran traffico intorno che rischiava di scombussolare tutti i ritmi e i tempi drammaturgici: brava davvero. Da vedere.
a.r.

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