FINE PENA: ORA

(Visto al Piccolo Teatro Grassi il 21 novembre 2017)

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Tratto dall’omonimo libro di Elvio Fassone – Di Paolo Giordano – Regia di Mauro Avogadro

SUCCESSO: ORA

Fino al 22 dicembre sul palco del Piccolo Teatro Paolo Grassi è di scena Fine pena ora, uno spettacolo intenso, pesante, a volte con violenti colpi bassi. Nel foglio di sala si legge: Nel 1985, a Torino, si celebra un maxiprocesso alla mafia catanese. Tra gli imputati è Salvatore, un ragazzo che avrà l’ergastolo. Il giorno dopo la sentenza il giudice avvia con lui una corrispondenza che durerà ventisei anni. Mauro Avogadro porta in scena la drammaturgia di Paolo Giordano da Fine pena: ora, scritto dal giudice Elvio Fassone.Quello del giudice Fassone è un libro, come lo definisce Corrado Stajano in una puntuale recensione apparsa sul Corriere della Sera – dolorante e bellissimo, una storia minuziosamente vera, scritta con umanità profonda, senza falsa pietà, senza linguaggi melensi

Compito sicuramente non facile quello che attendeva Paolo Giordano,  che ha curato l’adattamento drammaturgico, e quello che doveva affrontare Mauro Avogadro, regista dello spettacolo: portare sul palco un intenso, lungo rapporto epistolare a distanza e unire in uno spazio scenico per quanto ampio sempre ristretto due solitudini, due sofferenze diverse ma inestricabilmente intrecciate, che per quegli strani intricati labirintici sentimenti umani  si trasformano in amicizia e pongono il giudice e l’ergastolano sullo stesso piano. Il difficile compito è stato superato dal giovane scrittore drammaturgo, autore de La solitudine dei numeri primi, con una scrittura immediata che spesso ci restituisce, in momenti di serrato dialogo, gran parte delle atmosfere epistolari, atmosfere che con l’imperare massiccio del virtuale e del multimediale si deprezzano e si smarriscono sempre più. Anche il regista Avogadro è riuscito a restituirci un testo, con tutte le asprezze e le delicate debolezze del libro di Fassone. C’è riuscito anche per il grande concreto aiuto offerto dall’ottimo contenitore scenografico escogitato da Marco Rossi: gabbie, celle e salotti borghesi  in un unicum opportuno. Piace particolarmente la scena del detenuto Salvatore a Pianosa in regime di 41 bis, con la grata/soffitto che scende quasi a sopprimerlo, ad annientarlo: un efficace momento-racconto teatrale senza parole. La scenografia, come detto ottima di Marco Russo, tuttavia per i continui movimenti necessari a ricreare tutti i luoghi e le situazioni del libro, corre di frequente il rischio di rallentare il ritmo della recitazione, del dialogo, un rischio che dovrebbe scomparire con l’inevitabile rodaggio dello spettacolo.

Già  perfettamente rodata la recitazione di Sergio Leone (nel ruolo del giudice Fassone) e Paolo Pierobon (nel ruolo di Savatore). Sergio Leone è abile a tratteggiare la figura misurata del giudice dalla carica umana dolce e quasi sofferente; è bravo soprattutto a reggere e a supportare, la grande vena di un bravissimo Pierobon. Molti  i brani attoriali di quest’ultimo da sottolineare, uno per tutti il monologo di Galileo Gallei di Brecht, eccellente cammeo che introduce anche uno dei momenti più significativi del testo originale e di quello teatrale: quello in cui Salvatore rifiuta una totale immedesimazione  col personaggio brechtiano, che definisce infame per via dell’abiura per salvare la pelle, mentre lui rimane coerente e convinto, (quasi) orgoglioso, del suo agire.

Piacciono le musiche di Gioacchino Balistreri. Spettacolo, esempio quasi perfetto del Piccolo che tutti auspichiamo tornare a essere quello di una volta,  da non perdere non solo per il grande e tenero originale abilmente adattato drammaturgicamente e gestito da una scrupolosa regia, ma anche e soprattutto per la presenza in scena dell’attento Sergio Leone e dello splendido Paolo Pierobon.

Unica nota stonata della serata della prima, non addebitabile allo spettacolo nel suo insieme, ma alla sottocultura teatrale di alcuni spettatori, ahimé giovani, che ridevano fragorosamente ad ogni termine necessariamente volgare e crudo pronunciato dal protagonista carcerato.

Adelio Rigamonti