FANTINE

(Visto al Teatro Libero il 21 febbraio 2018)

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Da “I miserabili” di Victor Hugo – Drammaturgia e regia di Michele Mariniello

VITE MARGINALI

La storia di Fantine ne I Miserabili di Victor Hugo è un vero e proprio racconto nel racconto, e percorre la sua vita dalla nascita alla morte: una miserabile il cui solo peccato fu l’amore, l’amore di gioventù e l’amore per Cosette, la figlia negatale. Il giovanissimo Michele Mariniello prende ispirazione dal personaggio del capolavoro romantico francese per restituirci un testo complesso che scivola via con accattivante leggerezza sebbene all’interno di una storia di miserie e sofferenze estreme.

La Fantine vista al Teatro Libero è ambientata nei casermoni popolari delle nostre micragnose periferie urbane, dove si dipana il ricordo denso d’una vita, già segnata dalla nascita, miserabile e marginale; un racconto di memorie nel mentre del morire e del dare alla luce la figlia Cosette.

A scena aperta ad accogliere il pubblico vi è l’efficace scenografia di Silvia Cremaschi: vistosi cilindri metallici a terra e sospesi inglobano nella loro presenza un letto/tavolaccio d’ospedale, una sedia dove vi è aggiaccata la felpa d’una tuta rossa, una bicicletta, messa lì quasi in disparte, pronta ad accompagnar via in libertà chi vi salga sopra e, accanto al letto/tavolaccio, un impianto per fleboclisi dove la sacca di plastica è sostituita da una boccia di vetro al cui interno nuota recluso un pasce rosso. Il monologo è un contrasto continuo tra un desiderio di affermazione libera del proprio esistere e l’opprimente reclusione intellettuale e morale in cui è costretta da ciò che per più volte viene indicato come destino.

L’importante e ruvido monologo dell’eccellente giovanissima Sara Drago (della cui interpretazione scrivo qui affianco) è spesso contrappuntato da preziose proiezioni di intensi video in bianconero, dalle immagini e dal recitativo registrato alti e lirici. Il tutto, i video lirici e la vigorosa collana di cammei testuali e attoriali, non tradisce per nulla la Fantine di Hugo, ma la porta, con tutte le sue contraddizioni, in un presente miserabile e senza futuro. Il testo incisivo gioca su vari livelli espressivi tenuti al basso, un linguaggio giovane e agile, né giovanile né tanto meno giovanilistico. Un testo che spesso ricorre a interessanti e, a mio avviso, necessari pastiche linguistici in cui i frequenti passaggi rap sono convincenti e costituiscono una delle tante intuizioni geniali sia drammaturgiche sia di regia del giovane Michele Mariniello.  Il drammaturgo e regista dà una prova di sé più matura di quanto mostrato nel pur interessante, gradevole e apprezzato Vincere per la vita che ho avuto modo di vedere qualche stagione fa al Filodrammatici. In questa occasione, per esempio, annulla qualsiasi dubbio che il testo, come spesso accade quando autore e regista si sovrappongono, sia stato scritto in funzione della preventivata e immaginata regia. Un lavoro da applausi sicuramente da riprendere.

Adelio Rigamonti

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UNA GIOVANISSIMA VETERANA

Fantine, il bel testo di Michele Mariniello andato in scena al Teatro Libero, ha trovato il suo cosiddetto valore aggiunto nella grande prova d’attrice d’una giovanissima Sara Drago che si è rivelata, sin dal suo spuntare dalle lenzuola d’un povero letto d’ospedale, per la sua gran fisicità e presenza scenica. La narrazione che Fantine-Drago fa della propria infanzia vissuta in un casermone di una qualsiasi maleodorante periferia urbana d’oggi è un bel pezzo di teatro in cui usando una variegata scala di toni e accenti mette a fuoco, tra l’ironico e il grottesco, il crudo del vivere di molte persone che spesso ci scivolano accanto marginali e inascoltati.

Sara Drago accompagna il suo muoversi, a volte necessariamente frenetico, con una recitazione accurata per ritmi e tempi in una parte che la sua bravura estende dall’intimo al collettivo, dalla propria infanzia – adolescenza tra una madre rifatta che scappa in Belize e un padre attaccato alla TV ai luoghi del conoscere, dall’oratorio al Bar-Stardo in cui la droga è usata e spacciata. In questo estendere riesce a fornirci, sempre tra il drammatico e il grottesco, il ritratto di una comunità che ha difficoltà a emanciparsi dal degrado in cui, quasi a caso, è stata confinata fin dalla nascita.

Non conoscevo Sara Drago ed è stata una piacevole scoperta perché attrice di sicuro talento che occupa la scena con una padronanza da veterana consumata. Brava davvero e giustissimi i calorosi applausi che l’hanno accolta al proscenio alla fine dello spettacolo.

a.r.