In occasione della ripresa del Pinocchio di Collodi nella radicale rilettura di Antonio Latella riproponiamo alcuni stralci della recensione del medesimo spettacolo pubblicata su queste pagine nel febbraio 2017

PINOCCHIO

(Visto al Teatro Strehler nel corso della stagione 2016/17
In scena al Teatro Strehler fin0 al 12 novembre 2017)

Da Collodi – Regia di Antonio Latella

Labirintiche inquietudini

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Fin dalla prima battuta, “Il regno è al tempo stesso l’albero e il seme, ciò che deve avvenire è ciò che c’è già”, e tutto il resto del primo serrato monologo recitato in toni drammatici quasi parossistici da un’eclettica Anna Coppola (nello spettacolo Fata/Maestro Ciliegia, donnina e tonno), Latella ci pone davanti al “suo” Pinocchio. Latella elabora un Pinocchio assai denso, non sempre immediato, una sorta di labirinto contorto in cui il filo d’Arianna è “la storia” del capolavoro di Collodi. Un filo d’Arianna  non per sortire dal labirinto, ma per entrarvi sempre più alla ricerca del Pinocchio che ognuno ha dentro di sé.

Una ricerca non facile perché le chiavi di lettura offerte dall’allestimento teatrale, quelle che potrebbero essere utili a svicolarsi nel labirinto stesso, sono complesse, divergenti ed enigmatiche.

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Un Pinocchio che, pur avendo diverse chiavi di lettura, ha come proprio motore unitario il gioco del rovesciamento in cui Geppetto e la Fata Turchina smarriscono, “frantumati”, l’icona perbenista che, sicuramente lontana dalle intenzioni di Collodi, ha influenzato fino agli anni Cinquanta/Sessanta generazioni di giovanissimi lettori, rendendoli aspiranti “bimbi per bene” sottomessi. Il ricordare il difficile momento del passaggio da bambino a ragazzo, spesso non liberatorio, può fare male tanto ed è geniale la battuta di Mangiafuoco appunto sulla memoria, il ricordo: “Qui non si legge e non si scrive, qui da me si improvvisa! Si va a braccio. Non a memoria, nessuna memoria. Memoria uguale ricordare ricordare fa male tanto. I ricordi sono il lato patetico della memoria”.

Nel labirinto in cui ci introduce Latella s’assommano inquietudini a inquietudini: i personalissimi scontri generazionali, le bugie dette e le menzogne subite, un’educazione a una libertà controllata in cui con molta difficoltà non sempre è stato facile comprendere che “Bisogna imparare se vuoi scappare”.

Testo importante, ma non sempre esaltato dall’allestimento scenico. Le scene di Giuseppe Stellato sono suggestive ma sovrabbondanti. Sovrabbondante di certo la realizzazione scenica, un affastellarsi di generi non sempre in felice amalgama; momenti che, presi singolarmente, riescono gradevoli, stonano a vicenda nell’affiancarsi. Spesso il testo “veloce” viene appesantito da gag e omaggi un po’ gratuiti (per esempio l’omaggio all’Arlecchino strehleriano nel primo incontro tra Geppetto e Maestro Ciliegia) o da iterazioni (le “conte” del Grillo, soprattutto la prima) affaticanti. L’occhio è sicuramente appagato anche se spesso frastornato o troppo riempito, la pur suggestiva neve-trucioli anche questa è sovrabbondante.

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Forse qualche rivisitazione dei tempi e qualche sforbiciata, più nell’azione scenica che nel testo, gioverebbe a dare l’esatto valore a un testo ricco ed efficace e forse aiuterebbe più lo spettatore a orientarsi nel fitto labirinto di inquietudini.

Adelio Rigamonti