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ATTI OSCENI – I TRE PROCESSI
DI OSCAR WILDE

(Visto al Teatro Elfo Puccini il 20 ottobre 2017)

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Di Moisés Kaufman
Regia di Ferdinando Bruni e Francesco Frongia

IL CORAGGIO DELLA BELLEZZA
NELL’INGHILTERRA VITTORIANA

 

La verità è raramente pura e non è mai semplice: da questa frase, proiettata sul fondo del palcoscenico vuoto e tutto nero, viene accolto il pubblico quando entra in sala. Questa frase-prologo può essere considerata una sorta di solida chiave di lettura dell’ottimo testo di Moisés Kaufman Atti osceni – I tre processi, che ha aperto alla grande la stagione dell’Elfo Puccini .

Il testo del newyorchese di origine venezuelana Kaufmann racconta, in circa due ore e mezzo, i tre processi che coinvolsero e distrussero Oscar Wilde, quando era all’apice della popolarità per le sue poesie, i suoi romanzi e il suo teatro. La sequenza dei processi è narrata mediante un abile e raffinato collage di documenti tratti dai verbali giudiziari e da molte altre testimonianze, da cui emergono con forza la poesia e, in particolare nel primo processo, la grande ironia dello scrittore.

Il tutto si svolge nell’oscuro di un’aula di tribunale che i registi Bruni e Frongia realizzano in modo quasi minimalista: quattro sbarre mobili e sedie. Le testimonianze esterne al processo vengono lette sul proscenio con l’ausilio di microfoni.

Il primo processo, che occupa tutto il primo tempo dello spettacolo, è contro l’irritante marchese di Queensberry padre del giovane amico del poeta Lord Alfred Douglas. Wilde è spinto proprio dal giovane a querelare per diffamazione il padre, che in un biglietto firmato l’ha accusato di atteggiamenti sodomiti. Wilde, elegante in completo bianco, un diverso in tutto quel nero del tribunale e dei personaggi  d’attorno, sembra sulle prime aver gioco facile dell’ipocrisia puritana e sciorina, anche con sferzanti riposte, alti e rivoluzionari pensieri a difesa della sua arte e della sua idea di bellezza. Ma poi l’abile avvocato della difesa Carson mette in discussione la personalità di Wilde citando passi tratti dalle sue opere  e contemporaneamente uomini del marchese di Queensberry trovano ragazzi di vita che dietro ricco compenso e la garanzia dell’immunità sono disposti a raccontare i rapporti illeciti avuti con lo scrittore. Wilde su consiglio del suo avvocato Clarke ritira la denuncia, ma viene subito accusato e incarcerato per avere commesso davvero quegli atti.

Nel secondo atto si consumano gli altri due processi in cui Wilde è alla sbarra degli accusati. Nel primo dei due vengono ascoltati i quattro ragazzi di vita e letti scritti privati e poesie  del giovane Lord Alfred. La giuria non riesce a dare un giudizio unanime: Wilde è libero su cauzione e rimandato a un nuovo processo.

Nel terzo processo Wilde è evidentemente provato, quasi mite e rassegnato e affronta il dibattimento conscio che tutto è già definito e che l’ipocrisia e il perbenismo vittoriano hanno trionfato sull’arte e sulla bellezza. Alla fine viene condannato a due anni di lavori forzati.

Fin qui la storia, se volete la trama, del lungo e profondo lavoro di ricerca di Moisés Kaufmann, che ho voluto, magari in modo un po’ prolisso, illustrare per poi passare al grande e sicuramente faticoso lavoro per la sua messa in scena.

Bruni e Frongia ci offrono uno spettacolo denso, complesso, che solo in rarissimi momenti rischia di scivolare verso il noioso. Guidano con maestrìa un’eccellente compagnia attoriale di ben nove attori che, tranne uno, ricoprono più ruoli.

Convince sicuramente Giovanni Franzoni nei panni di un Oscar Wilde nel suo trasformarsi da uomo sicuro e sferzante nello sconfitto e abbandonato da tutti, che alla sentenza definitiva è capace solo di dire “Mio Dio, Mio Dio” e un terribile “E io? Non posso dir nulla?” lì buttato a terra, come fosse svenuto, nel mezzo dell’aula di tribunale. Apprezzabile il messaggio quasi subliminale che i due registi danno quando, nel corso del processo conclusivo, non ci presentano più un Wilde con elegante abito bianco ma anche egli in nero come fosse, oltre che sconfitto, omologato nel becero puritanesimo vittoriano.

L’ottimo Ciro Masella veste i panni di vari personaggi. Nel corso del primo tempo è un forse troppo caricato e grottesco Marchese di Queensberry, quando forse sarebbe stato sufficiente un tono più basso poiché già il testo dà di lui un’immagine prepotentemente squallida e abietta. Nei ruoli dell’avvocato Gil (secondo processo) e del procuratore Lockwood (terzo processo) è perfetto per tempi e ritmi soprattutto nell’interrogatorio dei quattro ragazzi di strada.

Riccardo Buffonini è un Lord Alfred Douglas credibile e misurato e prezioso lettore di epistole e poesie. Bravi anche tutti gli altri: Nicola Stravalaci, Giuseppe Lanino, Giusto Cucchiarini, Filippo Quezel, Ludovico D’Agostino e Edoardo Chiabolotti, tutti impegnati in più ruoli e quest’ultimo anche, per un breve passaggio, quello della puritana e becera Regina Vittoria.

Il ruotare vorticoso di otto dei novi interpreti in svariati personaggi e l’attenzione registica ai tempi dà allo spettacolo un ritmo e una tempistica quasi perfetti.

Piace l’ingresso in ballo dei quattro giovani marchettari, quasi a rompere e a rendere più leggera, con reminiscenze brechtiane anche nei costumi, una drammaturgia densa e impegnativa.

Con il natuOMErHle rodaggio che segue ogni prima, anche le immagini proiettate sul fondo potrebbero dare, oltre ai già frequenti suggerimenti subliminali, ancora più movimento alla pièce.

A far le pulci si potrebbe dire che la poesia recitata coralmente da tutti gli attori comprimari al termine sembra un po’ una coda superflua al gran corpo di un grande spettacolo che porge continue emozioni.

Lunghi applausi convinti e giustamente meritati dal testo, dagli attori e dalla coppia registica Bruni Frongia, che ancora una volta ribadisce il ruolo determinante dell’Elfo a far risorgere il teatro milanese.

Adelio Rigamonti

 

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