Dal foglio di Sala

Questo testo diretto e interpretato da Claudia Della Seta è un’allegoria crudele e visionaria dei nostri tempi tracciata dalla penna densa, irriverente, cinica e dallo humor ficcante di Hanoch Levin, considerato il più importante autore israeliano del Novecento. Siamo in un sogno. Un sogno visionario, terribile, buffo. Il sogno di un bambino che diventa la metafora di un viaggio profondo nell’esistenza umana.
Due genitori guardano il loro bambino dormire. E sono felici della sua pace. All’improvviso irrompe nel silenzio della sua stanza, fragorosamente, quel mondo esteriore fatto di furore e rabbia: un gruppo di vicini inseguiti arriva di corsa, un violinista sanguinante cade in terra e agonizza, un comandante della polizia arresta tutti. Momenti tragici e di pura follia. Una guerra, che trascina il bambino e sua madre in una disperata fuga verso la salvezza. Un esodo, un viaggio. E ad ogni tappa, la stessa domanda: “come sopravvivere alla vita, e per cosa? A che prezzo?

Recensione

IL BAMBINO SOGNA

(Visto il 20 marzo alla Sala A come A del Teatro Franco Parenti)

Risultati immagini per il bambino sogna di hanoch levin recensioni

Di Hanoch Levin – Regia di Claudia Della Seta e Stefano Viali

L’INCUBO DELL’ESISTENZA

Disorienta; lo spettacolo Il bambino sogna di Hanoch Levin, diretto da Claudia Della Seta e Stefano Viali, in scena nella Sala A come A del Teatro Franco Parenti, a un primo impatto, disorienta. Occorre avere il tempo per tirare il fiato e uscire dall’atmosfera terribile e visionaria del testo di Hanoch Levin, drammaturgo israeliano di gran peso, occorre quasi far sedimentare l’opera nel nostro interno, un quasi prenderne le  distanze per parlarne o scriverne con qualche briciolo di serenità.

Il testo, denso e complesso, dominato da un linguaggio coinvolgente e alto, imparentato assai da vicino, con il dire  della poesia, narra le vicende visionarie, crudeli, senza per altro trascurare in alcuni momenti il buffo e/o il grottesco, di un bambino colto nel pieno del suo sonno vegliato dai due genitori apparentemente rassicuranti e preoccupati a tener lontano qualsiasi tipo di incubo dal sonno del figlio (per tutta la pièce convincentemente interpretato da Federica Flavoni);  incubi che ben presto invadono sogni, palcoscenico e pubblico. Sono incubi che frantumano gli equilibri, violenti e intrisi di orrore e che dominano tutti i quattro momenti  in cui è suddiviso, pur senza pause, il pur breve spettacolo.

Il bambino sogna, tutto sotteso da un profondo e insistito senso di religiosità che esplode nell’ultimo e definitivo atto con l’arrivo del Messia nel momento della resurrezione della carne, è un viaggio nel male/incubo dell’esistenza umana, un viaggio della sofferenza nella sofferenza sprofondato nella finzione onirica ricca di simboli in bilico continuo tra abbandono, respingimento e morte e da cui sembra farsi strada la convinzione che l’uomo sia sempre costretto a espiare colpe non sue.

Tornando alla spettacolo, difficile, intricato e in grado di porre continui inquietanti interrogativi sul nostro esistere, è necessario sottolineare la validità di tutto il cast attoriale (Claudia Della Seta, Sofia Diaz, Antonio Fazzini, Federica Flavoni, Maurizia Grossi, Mario Migliucci, Maddalena Rizzi e Stefano Viali) anche per scelte mimiche non consuete e affascinanti. Piacciono e convincono gli intermezzi quasi cabarettistici e clowneschi tra atto e atto e le musiche popolari ebraiche di  Poldy Shatzman composte per la prima rappresentazione diretta dall’autore stesso.

Tutto lo spettacolo si svolge su più livelli. Oltre che sul palco in quasi totale assenza di scenografia (fanno eccezione le lenzuola a giaciglio del primo e quarto quadro), gran parte della narrazione ha luogo dalla balaustra alta della sala, mentre gli intermezzi  musicali e quasi danzati si svolgono a terra dinnanzi al sipario chiuso. La collocazione su tre livelli dello spettacolo e la non comodissima disposizione della oblunga sala del teatro obbliga lo spettatore a bruschi movimenti, non solo degli occhi, e che soprattutto per coloro che occupano le prime file aggiungono scomodità fisica alla già forte scomodità interiore provocata da un testo drammaturgicamente alto, che, come dicevo all’inizio, ha bisogno di sedimentare per comunicare allo spettatore la sua intrinseca forza evocativa e narrativa.

Adelio Rigamonti