IL PIACERE DELL’ONESTÀ

Di Luigi Pirandello – Regia di Liliana Cavani

(Visto nella Sala grande del Teatro Parenti il 2 maggio 2019)

QUANDO ANCORA CONTA L’ARTE DELL’ATTORE

Fino al 12 maggio nella Sala Grande del Teatro Franco Parenti è di scena Il piacere dell’onestà, un’opera di Luigi Pirandello, di recente non molto rappresentata, nel riadattamento di Liliana Cavani.

Ne Il piacere dell’onestà Pirandello ripropone l’espediente del falso matrimonio, come già accaduto in Pensaci Giacomino e in Ma non è una cosa seria, e anche in questo caso costringe i personaggi a levarsi le maschere con le quali avevano ingannato gli altri e principalmente sé stessi. Giocando con raffinatezza tra ciò che appare e quello che è, Pirandello mostra il vero volto dei vari personaggi. Il tutto gira attorno alla figura di Angelo Baldovino, un uomo di poco conto, di dubbia moralità, che per denaro accetterà un matrimonio in bianco per salvare l’onore di una giovane donna messa incinta da un uomo, un marchese, che non la può sposare perché già ammogliato. Ben presto tutto cambia e l’uomo, all’apparenza disonesto, a cui è affidato un ruolo infame , decide di recitare il proprio ruolo in ostinata e intransigente onestà e nel gioco delle parti, tanto caro a Pirandello, smaschererà il marchese stimato agli occhi della borghesia per quello che è: un uomo infido e mediocre nelle azioni e nei sentimenti.

L’evidente critica alla borghesia benpensante indusse Antonio Gramsci, dopo aver assistito alla prima rappresentazione, a scrivere, sulle pagine torinesi dell’Avanti!: «C’è nelle sue commedie (di Pirandello) uno sforzo di pensiero astratto che tende a concretarsi sempre in rappresentazione, e quando riesce, dà frutti insoliti nel teatro italiano di una plasticità e d’una evidenza fantastica mirabile. Così avviene nei tre atti del “Piacere dell’onestà”».

Risultati immagini per il piacere dell onestàNella pulita e fedelissima riduzione di Liliana Cavani il sottile gioco di contrasti pirandelliani è reso perfettamente soprattutto dalla diversificata conduzione registica delle recitazioni: pacata se non addirittura frenata l’interpretazione di Geppy Gleijeses (Angelo Baldovino) e, nel finale, anche quella di Venessa Gravina (Agata, la giovane incinta), dall’altra parte un Leandro Amato (il marchese Fabio Colli) spesso volutamente forzato, dalla gestualità nevroticamente a scatti e da impennate vocali quasi da avanspettacolo.

Nelle convincenti e quasi didascaliche scene di Leila Fteita, che raffigurano ambienti di interni borghesi, Geppy Gleijeses si ritrova, convincendo ancora una volta, con gli amati personaggi pirandelliani; con i suoi ammiccamenti, le sue mani a giocare con le tese del cappello sottolinea come sia ancora importante e apprezzata l’arte dell’attore: da applausi.

Tutto il cast è, seppure evidentemente gregario al grande protagonista, di deciso spessore a partire da Vanessa Gravina, una giovane Agata che, con una interpretazione precisa anche se, ripeto, forse un po’ troppo trattenuta per scelta registica, ben evidenzia il suo personalissimo drammatico percorso di presa di coscienza vinta dall’onestà di Baldovino.  

Leandro Amato è bravo nel disegnare un nevrotico  amante ben più preoccupato del suo buon nome che di quello della ragazza. Tatiana Winteler dà corpo a una perfetta e focosa madre intenta a difendersi dallo  spietato mondo piccolo borghese a cui lei stessa appartiene. Maximilian Nisi (nel ruolo di Maurizio Setti) appare arbitro distante e a volte disattento, quasi un po’ trasparente, tra il cugino marchese e il vecchio compagno di scuola Baldovino, quasi a volersi tenere lontano dal gran gioco di apparire ed essere che egli stesso ha innescato facendo incontrare i due.

Piace Mimmo Mignemi  nel ruolo del parroco di Santa Maria, efficace, divertente. Completa il cast Brunella De Feudis, nel ruolo d’una puntuale cameriera.

Da vedere.

Adelio Rigamonti

                                                                  

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