DIO RIDE. NISH KOSHE

(Visto al Piccolo Teatro Paolo Grassi il 2 ottobre 2018)Risultati immagini per moni ovadia dio ride

Di e con Moni Ovadia

TORNA SIMKA RABINOVICH, SIGNORE DISGUSTATO

Dopo venticinque anni approda di nuovo al Piccolo la zattera di Simka Rabinovich accompagnato  da cinque strampalati musicisti. Dopo un quarto di secolo  da Oylem Goylem,  Moni Ovadia coi suoi splendidi musicisti ritorna a raccontare di un popolo esiliato attraverso storielle, aneddoti, citazioni e canzoni yddish con il suo ultimo spettacolo Dio ride. Nish Koshe  (Nish Koshe in yddish significa “così così”).

A luci accese si è subito accolti dalla suggestiva e ben curata scenografia di Elisa Savi: bauli, valigie, pacchetti e libri, tanti libri, fanno da cornice a sei sedie vuote; sullo sfondo le silhouette/ombra dei sei interpreti seduti . Il viaggio dunque riprende pressappoco da dove era stato lasciato da allora.

Si inizia con un suggestivo ingresso, dal fondo della sala, dei musicisti e di Simka Rabinovich/Moni Ovadia con l’interessante artifizio scenico di far sparire dall’immagine proiettata sullo sfondo le singole ombre lasciando sedie vuote mano a mano che i sei interpreti prendono posto sulla scena. Un ingresso quasi rituale che unisce esigenze spettacolari ad altre pregnanti e importanti per significato contenutistico.

Che qualcosa sia cambiato in venticinque anni di storielle e canzoni Moni Ovadia lo fa subito intendere dichiarando il suo dolore e la sua rabbia per la politica sionista e violenta di Israele che erige muri e costruisce ghetti per il popolo palestinese. Lo spettacolo è di certo molto più ideologizzato del vecchio Oylem Goylem, ma per molti tratti rimane inalterata la signorilità e, mi vien da dire, la leggerezza che è facile ritrovare negli spettacoli di Moni Ovadia anche se a ricordarci la disonorabilità di una gente trasformata da perseguitata a persecutrice sono le immagini di soldati e postazioni militari israeliani che, di tanto in tanto, la brava Elisa Savi fa scorrere sullo sfondo.

Da una parte la leggerezza di quella sorta di cabaret yddish di cui Ovadia è infaticabile promotore e protagonista da sempre e dall’altra, quasi di contrappunto, la rabbia per una gente la cui dirigenza politica ha trasfigurato in persecutrice.

Sul finale, forse la parte più debole dal punto di vista dello spettacolo, non certo dal punto di vista delle idee che personalmente condivido in toto, vi è l’adesione totale di Moni Ovadia alla causa palestinese indossando la kefiah e intonando un canto, ritengo, arabo.

Spettacolo sicuramente all’altezza delle attese con un signorile e al contempo disgustato Ovadia, che è  validamente accompagnato da Maurizio Dehò (violino), Luca Garlaschelli (contrabbasso), Albert Florian Mihai (fisarmonica), Paolo Rocca (clarinetto) e Marian Serban  (cymbalon), musicisti di grande spessore. Si replica fino al 14 ottobre.

Adelio Rigamonti