NESSUNA PIETÀ PER L’ARBITRO

Di Emanuele Aldrovandi – Regia di Marco Maccieri, Angela Ruozzi

(Visto al Teatro Filodrammatici il 19 febbraio 2019)

STORIA DI UN DISCORSO MANCANTE

Lo spettacolo Nessuna pietà per l’arbitro (regia Marco MaccieriAngela Ruozzi) presente al Teatro dei Filodrammatici dal 19 al 24 febbraio, porta in scena la vicenda di Giuseppe (Luca Mammoli), professore e nipote di un’importante figura della Resistenza, con l’onere di scrivere un discorso in occasione del 2 giugno; del Figlio (Filippo Bedeschi), ventenne con problemi di gestione della rabbia e in cerca di un lavoro; e della Moglie (Federica Ombrato), incinta e col pensiero di poter costruire un futuro per i figli. Quarto protagonista e vittima dei drammi della famiglia è l’Arbitro (Alessandro Vezzani), amante delle regole, del potere e del controllo, figura razionale e vincente/perdente al contempo: sarà lui a definire lo status di falliti dell’intera famiglia, sarà lui l’unico a perdere (la vita). Le vite dei tre vengono sconvolte da un incidente collegato a una partita di basket, e ci si troverà in mezzo a svariate discussioni e prese di posizione, in cui ogni componente dello spettacolo avrà modo di spiegare la propria versione.

Gli attori mantengono per tutta la durata dello  spettacolo una qualità estremamente alta della recitazione; il ritmo è sempre serrato e rende lo spettatore partecipe delle situazioni, non solo perché i personaggi vi si rivolgono direttamente, ma proprio in quanto il respiro e lo stile dei dialoghi rendono l’immedesimazione istantanea e costante.

Il testo (di Emanuele Aldrovandi), che dovrebbe essere il vero protagonista, non è all’altezza del resto: un pastiche di citazioni confuse e che confondono; un tentativo di avvicinarsi ai giovani – pratica troppo diffusa in tantissimi spettacoli contemporanei e questa volta resa attraverso il riferimento al basket e a “Air Jordan”. Si salva solo la comicità di alcuni dialoghi, anche se a volte è leggermente grezza, con molti luoghi comuni e battute forse scontate. 

Possiamo spiegare queste mancanze facendo riferimento al filo rosso presente in tutto lo spettacolo (la preparazione del discorso di Giuseppe) e al finale, che giustifica in una breve frase tutto il resto: abbandoniamo le citazioni. In questo modo si riscontra l’afasia, l’impossibilità di evitare la retorica spicciola anche nella giustificazione di cosa è o non è giusto: diventa una denuncia al vocabolario dell’uomo medio e allo stantio riferimento all’autorità novecentesca, almeno in materia politica. Il citazionismo è riconosciuto essere un’arma in mano a chi lo sa usare e volta contro chi tenta di svincolarsene. Giuseppe, tentando di costruire un discorso, si rende conto di non aver nulla di nuovo e di importante da dire e non sarà nemmeno in grado di spiegare alla Moglie la portata del problema. Chi non si sa pronunciare, chi non imbraccia la mitragliatrice di parole come fa l’Arbitro, soccombe alle ideologie proprie e degli altri. Il protagonista non si libera da questo macigno nemmeno negli a parte col pubblico, nemmeno nei momenti di atemporalità che si concede: prenderanno la parola, così, Moglie e Arbitro, perché si riesca ad arrivare alla sostanza e alla conclusione dello spettacolo. Forse, solo allora anche Giuseppe riuscirà a sbloccarsi.

Così, si ride durante lo spettacolo, ma si esce interdetti: nulla di nuovo si è visto, nulla di nuovo si è appreso.

Roberta Pasetti    

VETRINA

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