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CABARET SACCO&VANZETTI

(Visto al Teatro Fontana il 19 ottobre 2018)

Di Michele Santeramo – Regia di Gianpiero Borgia

CABARET DI UN’AGONIA

Ci sono dei passi di danza a introdurre, quasi a ritmare, un racconto a due voci che procederà  drammaticamente in crescendo, e un motivetto, prima solo fischiettato (e ripreso per tutto lo spettacolo) che  riporta agli anni ’20 del ‘900, che diventa una canzone “a cappella” e che mette subito in chiaro che malgrado la recitazione frizzante e i modi che sembrano tesi a sdrammatizzare, il contenuto è forte, pesante, intenso: ” Morti, purtroppo sono morti, di Giustizia sono morti e va bene così. Morti, ammazzati sono morti, bruciacchiati sono morti, allora è andata così”.
Il “Cabaret” porta a ripercorrere, attraverso la drammaturgia di Michele Santeramo e la regia di Gianpiero Borgia, l’agonia durata 7 anni di Nicola Ferdinando Sacco e di Bartolomeo Vanzetti, interpretati da Raffaele Braia e Valerio Tambone, arrestati con  l’accusa, falsa, di rapina e duplice omicidio e che verranno uccisi da uno Stato che ne decreterà la morte,  rifiutando ricorsi e  revisioni del processo, sordo all’ondata di indignazione di un ‘opinione pubblica mondiale, che vide nella loro condanna e nella loro esecuzione la persecuzione nei confronti degli immigrati e dei dissidenti politici. 
Tutti i momenti della vita di Sacco e Vanzetti vengono raccontati, con testi alternati a canzoni non accompagnate da musica, dai due bravi interpreti che ricreano il clima di quegli anni, strappando anche risate caricando dialoghi e gesti al limite del farsesco, nel grottesco di una situazione che non vedrà vie di fuga: dal loro incontro, quando entrambi, all’entrata in guerra degli Stati Uniti, si rifugeranno in Messico per non andare a combattere, al loro arresto avvenuto nel giorno in cui Vanzetti avrebbe dovuto tenere un comizio durante la manifestazione di protesta per la morte di Andrea Salsedo, loro compagno fermato dalla polizia e morto precipitando dal 14° piano della questura di New York nel corso di un interrogatorio, ricordato in modo estremamente toccante nello spettacolo. Poi gli anni di carcere, in una scenografia spoglia  con reti di letto appese alle pareti come unico elemento a far da eco al loro isolamento e come uniche uscite le tradotte ai processi in  cui bisogna sorridere, per far  vedere a tutti  che sei innocente.
Intenso il bellissimo monologo delle ultime dichiarazioni di Bartolomeo Vanzetti, già portato al cinema da Gian Maria Volonté nel film di Giuliano Montaldo, in cui le parole si alternano a tonalità  gospel, come grido di sofferenza e ribellione.
Uno spettacolo che di “leggero” ha la forma ma non la sostanza e che non cedendo a facili retoriche  restituisce i protagonisti nella loro umanità e dignità

                                                                                                                                               Claudia Pinelli