PICCOLO TEATRO - TEATRO PAOLO GRASSI

NAUFRAGIUM – UNO STUDIO

di Sonia Antinori
regia Daria Lippi
con Silvia Gallerano
e con Sonia Antinori, Daria Lippi
assistente regia Juliette Salmon | scene e costumi Emanuela Dall’Aglio
produzione Teatro Metastasio di Prato | con Faa (Fabrique Autonome des Acteurs), Malte (Musica Arte Letteratura Teatro Etc.) e Otse (Officine Theatrikès Salento Ellada), Reset


Visto da Adelio Rigamonti al Piccolo/Teatro Paolo Grassi il 15 settembre 2020

NAUFRAGIUM - UNO STUDIO

IL SESSANTOTTO SCIALUPPA DI SALVATAGGIO

Naufragium feci, bene navigavi” (“Quando ho fatto naufragio, allora ho ben navigato”), l’ossimoro latino tramandato da Erasmo da Rotterdam, è stato usato ripetutamente, come una sorta di mantra, a conclusione di Naufragium –  Uno studio andato in scena al Piccolo Teatro Grassi nell’ambito del Festival Tramedautore.  In scena vi sono tre donne: Sonia Antinori (l’autore), Daria Lippi (il regista) e una bravissima Silvia Gallerano (l’attore).

Tutto lo spettacolo è un monologo con coro in cui si illustra lo scontro (meglio forse “difficoltà d’incontro”) tra un padre militante dal 68 in poi e sua figlia nata e soprattutto cresciuta dopo quel periodo che ha ben travalicato i limiti temporali di quell’anno. L’obbiettivo manifesto è quello di recuperare la memoria di quegli anni ricchi di sogni e contraddizioni, “la voglia di riacchiappare per la coda la storia” è frase emblematica del testo.

Chi, soprattutto nella primissima parte, ha vissuto quegli anni intensamente non concorda con la ricostruzione dell’inizio del movimento, dei movimenti (!). Il Sessantotto non si deve, se non solo in minima parte, all’attivismo caritatevole e missionario dei cattolici. Nel Sessantotto confluirono esperienze diverse e discordanti tra loro unendo i cosiddetti figli dei fiori ai situazionisti e ai tanti suggestionati dalle esperienze provos olandesi. L’arrivo e la lettura del Libretto di Mao vanno segnalati come momento, di breve durata, di cesura tra le varie anime che, soprattutto a Milano, diedero origine a compositi movimenti.

Dopo un inizio un po’ confuso, con un’indagine storica e conoscitiva un po’ pressappochista, lo spettacolo si incentra tutto, appunto, sullo scontro generazionale nella ricerca di conoscenza di un periodo non conosciuto dalle generazioni successive. Un padre che sembra essersi sottratto completamente alla famiglia, ma che in realtà è stato sottratto alla giovane donna dal perbenismo becero delle famiglie borghesi dei nonni. Gran disonore avere un figlio o un genero coinvolto nel terrorismo e finito in carcere per poi essere assolto scagionato da ogni colpa. Solo alla fine la nonna, in punto di morte rivelerà alla giovane donna l’esistenza di centinaia di lettere spedite a lei dal carcere.

Se da un punto di vista strettamente empatico, complice la bravura di Silvia Gallerano, la seconda parte dello spettacolo coinvolge maggiormente, non si può tacere la superficialità con cui vengono collegate le esperienze e vicissitudini di quel periodo con le epoche successive fino all’oggi. Non si può affermare, sic simpliceter, che tutto è filato senza fare una grinza dall’energia di allora al lassismo intellettualmente impoverito d’oggi. Non lo si  può affermare  senza citare gli interventi violenti della borghesia dalla P2 al periodo degli attentati neri, alla distruzione dell’informazione operata da stampa e tv.

Non è possibile neppure scordare che molte delle libertà di cui godono i giovani, che ignorano il passato, sono frutto dell’azione della fantasia d’allora, scialuppe di salvataggio nel naufragio d’oggi, tracciando una linea ben netta tra idealismo e terrorismo.

Adelio Rigamonti