LA CLASSE OPERAIA VA IN PARADISO

(Visto al Piccolo Teatro Paolo Grassi il 15 maggio 2018)

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Dal film di Elio Petri – Drammaturgia di Paolo di Paolo – Regia di Claudio Longhi

LE DIFFICOLTÀ DEL RIVISITARE

La classe operaia va in paradiso, rivisitazione  drammaturgica di Paolo Di Paolo per la regia di Claudio Longhi del tanto discusso film del 71 di Elio Petri e visto al Piccolo Teatro Grassi di Milano, è opera complessa (forse troppo) e agita su più piani (forse troppi).

Il troppo proposto dalla coppia Di Paolo e Longhi non solo consegna al pubblico un lavoro eccessivamente lungo e ripetitivo che rasenta spesso la noia ma soprattutto non rispetta l’accattivante idea alla base di decidere di riproporre sulle assi d’un palcoscenico uno dei film simbolo di un’epoca, il 68 e dintorni, di grandi evoluzioni e contraddizioni.

Alla base di tutto, sembra almeno evidente al primo impatto, c’è la voglia di discutere attorno al lavoro e/o alla sua mancanza oggi, ma il voler rivisitare il film mostrandoci con l’inserimento dei personaggi del regista Petri e dello sceneggiatore Ugo Pirro anche la travagliata costruzione del film in mezzo a contestazioni di piazza e a discussioni, a volte intellettualistiche, sul valore del film, non fa altro che spiazzare e non di poco lo spettatore.

Labile è la connessione drammaturgica tra scene del film e pause di riflessione che non solo riguardano la lavorazione del film ma che tendono a ricostruire anche l’ambiente più culturale che sociologico di quel periodo controverso. Le pause di riflessione sono ricche di pregevoli suggestioni letterarie, come il godibile siparietto dedicato a stralci della bellissima poesia La ragazza Carla di Elio Pagliarani, che tuttavia ottengono l’indesiderato effetto di spezzare il ritmo e allungare lo spettacolo oltre modo. Il perché di questo continuo ricorso allo spezzettamento, non solo con citazioni letterarie ma con spezzoni  di filmati e sigle televisive per lo più poco funzionali al tutto, non mi è sembrato chiaro.

Lo spettacolo risulta alla fine monocorde senza particolari momenti di tensione o emozione e rimane troppo ancorato al linguaggio cinematografico e anche gli attori sono ancorati e fissati nei modelli originati dal film e a volte lo sono quasi in maniera fastidiosa quando diventano quasi una caricatura dei personaggi e degli interpreti originali. Tuttavia tutto il cast attoriale è all’altezza della non facile prova e piace soprattutto Lino Guanciale, in scena Lulù Massa, il protagonista che rappresenta il lavoratore perfetto, lo stakanovista, la “macchina” che manovra le macchine. Guanciale gestisce in maniera sapiente, con scelta di tempi e toni perfetti, i mutamenti psicologici e interiori dopo l’incidente che lo priva di un dito di una mano e dà spessore a una frustrazione disperata in continua crescita fino alla fine dello spettacolo.

Coraggiosa e apprezzata la scelta di affidare a una talentuosa Franca Perrone il ruolo di Militina, un pazzo, una sorta di grillo parlante e coscienza critica della classe operaia, interpretato nel film di Petri da uno straordinario e indimenticato Salvo Randone.

Uno spettacolo dalle ottime intenzioni che tuttavia, nonostante la bravura degli attori e la felice ambientazione scenografica in una sorta di magazzino di logistica, e i riferimento ad Amazon sono frequenti ed espliciti, balbetta e invece di collegare l’ieri all’oggi con semplicità infarcisce di troppi concetti e pensieri che alla fine rischiano di confondere e annoiare il pubblico.

Adelio Rigamonti