IO NON SONO UN GABBIANO

(Visto il 15 febbraio 2018 al Teatro Menotti)

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Da Anton Cechov – Drammaturgia e regia di Stefano Cordella

IL GABBIANO VOLA BASSO

Nella stagione scorsa avevo visto sempre al Teatro Menotti Vania una disincantata e assai distante dalle atmosfere originali rilettura del testo di Cechov. Ora lo stesso regista Stefano Cordella ci propone un’azzardata rilettura di uno dei capolavori cecoviani, Il gabbiano, che a partire dal titolo, Io non sono un gabbiano vuol prendere subito le distanze dal gran testo russo.

Come in Vania  ciò che è rimasto di Cechov è assai limitato e il vuoto dei dialoghi del grande russo ha perso ogni sussulto poetico diventando, in questo caso, un qualcosa di non ben indagato e giocato tra gogliardia e clownerie di cui non si sente necessariamente il bisogno.

Io non sono un gabbiano è un testo destrutturato oltre misura e se il giovane Cordella vuole, come nel precedente Vania, evidenziare, giustamente, come sia quasi impossibile, ora come allora, mutare il proprio destino in una società che offre poche chances di futuro possibile spesso si fa cogliere dalla voglia di stupire affastellando la pièce di inopportune genialate: una per tutte la scena, di per sé quasi gradevole espressione farsesca, del dialogo tra il tecnico audio (interpretato da un convincente Fabio Zullo) e un microfono.

Il testo è frammentato, un puzzle con tessere mancanti, che incide negativamente sui tempi e sulla stessa recitazione di un gruppo di giovani attori, tutti di per sé bravi, ma non supportati da drammaturgia e regia. In Io non sono un gabbiano mi è stato difficile ritrovare i non pochi pregi riscontrati in Vania dove rimangono forti ed evidenti quegli stati d’animo, solido punto di contatto con la drammaturgia cechoviana, intrisi dalla disperazione di essere coscienti portatori di vuoti interiori qui tutto è vacuo e in parte solo salvato dalla bravura dei giovani attori della compagnia Oyes.

Mi auguro che Cordella, in quella che ritengo una necessaria riproposizione di Cechov, continui nella sua ricerca, per alcuni aspetti interessante, ma riesca, come aveva fatto nello spettacolo della scorsa stagione, a trattenersi dalla voglia di stupire con genialate che non sono altro che trovatine clownesche, che nulla aggiungono, semmai sottraggono, alla poesia cechoviana.

Durante la prima si è notata una disturbante presenza di un pubblico amico dalle  fragorose e forzate risate inopportune e, quasi sempre, fuori luogo.

Adelio Rigamonti

TRAMA

Un funerale, quello di Arkadina, la celebre protagonista del Gabbiano, il capolavoro di Cechov, dà inizio a: Io non sono un gabbiano, una drammaturgia originale, frutto del lavoro di scrittura della Compagnia Oyes, che si confronta per la seconda volta con un testo dell’autore russo, dopo il successo di Vania. Un inizio sconcertante per uno spettacolo che utilizza l’artificio del “teatro nel teatro” per raccontare la vicenda cechoviana (ma, d’altra parte, Il Gabbiano non è forse il più metateatrale dei testi di Cechov?).

Durante il funerale di Arkadina le orazioni dei presenti assumono l’aspetto di performance artistiche, dato che quasi tutti i partecipanti sono, o si sentono, artisti o aspiranti tali: dal logorroico maestro Medvedenko, sedicente stand-up comedian a tempo perso, a Nina e Kostja. Lei sogna di raggiungere la fama come attrice, lui è ossessionato dalla ricerca di “forme nuove” nel teatro e nella vita. Risultati immagini per IO NON SONO UN GABBIANOQuello che comincia come un omaggio sotto forma di monologo da parte di Nina viene però improvvisamente interrotto da Kostja che si “mette a nudo” nello sconcerto dei presenti. Solo Dorn, dottore emotivamente “anestetizzato” dalla razionalità, ha parole d’elogio per il gesto provocatorio. Toccherà a Trigorin, famoso scrittore, ristabilire l’ufficialità della situazione con un commovente discorso dedicato alla defunta compagna.

Dopo il funerale, la vita procede tra amori non corrisposti e chiacchiere vane. Masha accetta di sposare Medvedenko e, durante il matrimonio, tutti i personaggi si ritrovano nuovamente, “felici”, come fa notare lo sposo in un discorso per le nozze che trasuda sconfitta e tristezza. Apparentemente tutti hanno realizzato i propri sogni: Nina è un’attrice professionista, Kostja ha raggiunto la fama al prezzo della propria libertà creativa, gli sposi si baciano. Evviva gli sposi. Eppure tutti sono spenti, soli, forse morti. Nell’aria ora si sentono le note di “Felicità” di Albano e Romina, al posto del requiem iniziale, ma la differenza è impercettibile.

(dal comunicato stampa del Teatro)