TEATRO ELFO PUCCINI - SALA SHAKESPEARE

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SPACCANAPOLI TIMES

Fino al 20 ottobre 2019

testo e regia Ruggero Cappuccio
scene Nicola Rubertelli, costumi Carlo Poggioli
musiche Marco Betta
progetto luci e aiuto regia Nadia Baldi
con Ruggero Cappuccio, Giovanni Esposito, Gea Martire, Marina Sorrenti, Ciro Damiano, Giulio Cancelli
produzione Teatro Segreto in coproduzione con il Teatro Stabile di Napoli

Visto da Adelio Rigamonti al Teatro Elfo Puccini – Sala Shakespeare il 15 ottobre 2019

SPACCANAPOLI TIMES

LIQUIDE MEMORIE SUL PALCO DELL’ELFO

Fino al 20 ottobre nella sala Shakespeare del teatro Elfo Puccini è di scena Spaccanapoli Times di Ruggero Cappuccio, che oltre a curare la regia veste anche i panni di Giuseppe Acquaviva, il protagonista dello spettacolo, una dirompente macchina comica, come si legge sul foglio di sala, che quasi di nascosto ci conduce nel dramma della contemporaneità.

La scena di Nicola Rubertelli  ci porta nella vecchia casa della famiglia Acquaviva di via Spaccanapoli: solo innumerevoli bottiglie d’acqua, unica cosa che resiste al tempo e non invecchia, fanno da ornamento alla scena fino al soffitto; inoltre qualche sedia, tavoli/scrivanie e delle sedie sdraio per prendere il sole in sala da pranzo, un telefono nero a muro da cui il primogenito Giuseppe detta le sue opere che dovranno restare anonime e pubblicate postume.

Giuseppe Acquaviva, che vive al binario 8 della Stazione Centrale di Napoli, ha convocato nella vecchia casa di famiglia i tre fratelli Romualdo (Giovanni Esposito), Gabriella (Gea Martire) e Gennara (Marina Sorrenti), ma il motivo della convocazione rimane per quasi tutto il primo tempo oscuro. In attesa dell’evento, a lungo volutamente ambiguo, i quattro fratelli visibilmente segnati nella mente da fobie e depressioni, concreti segni di pazzia, giocano, o meglio lottano, sul confine tra passato e presente ognuno con i propri limiti e i propri personali fantasmi da allontanare. I quattro fratelli ormai viaggiano su binari differenti, ognuno con il proprio orario, tentano di sintonizzarsi tutti sulle stesse coordinate, ma inutilmente.

Sono proprio le bottiglie, quelle piene, tra le tante che riempiono la scena, a scatenare o a supportare sofferenze, timori, ansie del passato che tanto ammalorano il presente. Ognuna delle bottiglie piene è datata, come i migliori vini, e l’acqua che contiene è simbolo di quelle memorie liquide personali e collettive che ci sfuggono di mano nel presente.

Lo spettacolo, oltre a porre allo spettatore la domanda come sia possibile comprendere, nell’oggi, se una persona sia più o meno psicologicamente sana, sottolinea marcatamente come la nostra epoca, un’epoca di non visibile guerra permanente, sia caratterizzata da una sorta di atrofia esperienziale perché l’attuale, il moderno, si evolve rapidamente e continuamente, il nuovo invecchia repentinamente e il progresso tecnologico ci bombarda fin da piccoli costringendoci, limitandoci in quella guerra permanente strisciante, ma devastante in cui non c’è possibilità per sedimentare conoscenze e saperi e dove la follia reale o inventata è quasi un’obbligata resistenza all’emarginazione totale.

L’evento atteso viene svelato poco prima della fine del primo atto: il dottor Lorenzi (Ciro Damiano) farà presto loro visita per giudicare il loro stato di salute mentale e decidere se rinnovare loro o meno la pensione di invalidità. Proprio il dottor Lorenzi e Norberto Boito (Giulio Cancelli), l’attuale innamorato della vedova Gennara, rappresentano la società contemporanea verso la quale i quattro fratelli sono in contrasto perenne, in guerra.

Lo spettacolo è supportato fondamentalmente da un ottimo testo quasi sempre saldamente costruito drammaturgicamente e in cui sovente vi è un pastiche linguistico tra napoletano, siciliano e inglese. Molte sono le citazioni colte pescate dal mondo della psicanalisi o della psichiatria. Mentre per quanto riguarda la messa in scena e certe elucubrazioni al limite del cervellotico Ruggero Cappuccio si riavvicina spesso al grande Eduardo.

immagine schedaIl testo alto e ben congegnato conosce un paio di momenti dubbi e slegati dal contesto, o per lo meno che appaiono come inseriti a forza. Gli episodi, veri e propri siparietti con molte indulgenze alla farsa o all’apparente (?) improvvisazione, sono entrambi nel secondo atto. Nel primo episodio i quattro fratelli stesi a prendere il sole nell’ampia stanza hanno voglia di un caffè, ma in assenza della macchinetta decidono di mandare Romualdo a chiederla in prestito alla vicina di casa da sempre ostile alla famiglia Acquaviva. In questo caso un bravissimo Giovanni Esposito offre al pubblico un grande ed esilarante cammeo d’attore che strappa più di un applauso a scena aperta. Nel secondo episodio, con Gennara uscita per recarsi in farmacia, i tre fratelli rimasti confondono Norberto Boito, spasimante appunto di Gennara, con il dottore tanto atteso e poi, chiarito l’equivoco, imbastiscono un inutile e tirato finale della Tosca pucciniana, di cui non si capisce il motivo e l’utilità e soprattutto la necessità drammaturgica di inserire momenti di vecchia farsa d’avanspettacolo.

Ruggero Capuccio (ottimo Giuseppe Acquaviva, benché al suo primo impegno d’attore), Giovanni Esposito (sempre puntuale nel disegnare con precisione la figura di un folle sfigato nella sua attività di pittore e in amore), Gea Martire (una Gabriella zitella con molti spasimanti, ma sempre legata al primo amore di diciotto anni prima) e infine Marina Sorrenti (empatica vedova che fa solitari con le immagini di santi per far sì che il marito non le appaia più in sogno dopo che lei si è innamorata di un altro uomo) sono tutti eccellenti nel ritrarre i quattro emarginati, soprattutto per scelta, fratelli Acquaviva.

Bravi e giustamente accomunati nei numerosi applausi finali Ciro Damiano e Giulio Cancelli, i normali (?) dell’intero spettacolo.

Un ultimo e dovuto riconoscimento va alle luci dell’aiuto regista Nadia Baldi, che sanno delimitare con accortezza i confini spazio- temporali e soprattutto mentali dei quattro fratelli. Da vedere.

Adelio Rigamonti