LE MEMORIE DI ADRIANA

(Visto al Teatro Franco Parenti – Sala Grande il 14 settembre 2017)

Risultati immagini per adriana asti al parenti

Adattamento e regia di Andrée Ruth Shammah
con Adriana Asti

LA DIVA E IL SUO DOPPIO

La stagione al Teatro Franco Parenti parte col botto. Andrée Ruth Shammah ha deciso di mettere in scena, curando anche l’adattamento teatrale oltre alla regia, Memorie di Adriana, tratto dal libro Ricordare e dimenticare, conversazione tra Adriana Asti e René De Ceccatty (Portaparole, 2016). Dall’incontro tra due donne emblema del teatro italiano scaturisce uno spettacolo denso, ma contemporaneamente leggero e fresco e soprattutto godibilissimo dall’inizio alla fine.
Non amo le commemorazioni di chi non c’è più, e ancor di più non amo le commemorazioni di chi ancora calca (e con quale brillantezza!) le assi di un palcoscenico, ma queste Memorie sono ben altra cosa: sono, in una parola sola, teatro. La bella ed efficace scena di Gian Maurizio Forcioni subito ci inchioda nella fisicità del teatro: un retropalco grezzo, una grande parete di mattoni che quasi  soffoca la porticina chiusa del camerino della “diva”, che subito si svelerà essere “capricciosa”, e sul davanti un frammento di proscenio con tanto di sipario e una colonna classicheggiante.
La “diva” è, dunque, capricciosa, non ha alcuna intenzione di uscire a raccontare se stessa, molto probabilmente in una di quelle giornate storte a cui lei non sa reagire. Il direttore di scena (Andrea Soffiantini) è in evidente imbarazzo: da una parte deve spiegare al pubblico, tra cui siede un ammiratore (Andrea Narsi), dall’altra deve dar retta al tecnico di scena (Paolo Roda) e supportare un pianista (Giuseppe Di Benedetto) incerto su da farsi. Risolve tutto l’uscita in scena del doppio, dell’alter ego della “diva” in serata no. Da qui in poi in scena, assieme alle memorie, va il teatro stesso, sottolineato anche da quella sorta di mantello con cui gioca l’attrice che sembra essere, e forse è, il proseguimento ideale del sipario in scena.
L’ingresso in scena più che melanconico è lirico: un farfugliamento di parole, che difficilmente il pubblico è in grado di comprendere, più che parole una sequenza armonica sulle note di un vecchio carillon. L’alter ego, ovviamente la Asti, di tanto in tanto, quasi in modo civettuolo, avvalora il suo racconto ripetendo “io so perché c’ero”. A tratti si ha la sensazione di assistere a una seduta di psicanalisi in cui la paziente racconta di se stessa in terza persona. Una stupefacente autoironia, a volte anche cattiva, attraversa in pratica tutta la narrazione costellata di nomi dei più grandi attori scrittori, registi, non solo italiani, del Novecento.
All’insegna  del non si ricorda se non quello che si vuole, sono presenti nello spettacolo frequenti cammei di gran pregio. Gustosissimo l’assaggio del suo racconto L’aquila e il pollo, pubblicato da l’Espresso, e splendida una reinterpretazione di Lilì Marleen. Pur vivendo tra Parigi e Roma, in più di un’occasione manifesta il suo affetto/amore per Milano, città in cui l’attrice è nata nel 1931: bella e carica di malinconia la sua interpretazione di Nostalgia de Milan di Bracchi-D’Anzi.
Particolarmente bravo Andrea Soffiantini, quando, lasciati i panni del direttore, si cala in quella di una raffinata Franca Valeri in un breve estratto da Alcool della stessa Asti.
Un’Adriana Asti divertente e divertita nel raccontare il suo periodo nudo al cinema, un’Adriana Asti leggera nel ricordare le sue sofferenze psicologiche e fisiche. Una malinconia sempre presente, ma lieve, come fosse tenuta a distanza in un accavallarsi di ricordi di frequente non lieti. Ricordi da dimenticare, da rinchiudere nell’oblio, come emerge nel gran finale corposo e denso dove da sola in scena si riappropria del proprio io e legge in prima persona.
Il teatro, pur se è luogo che non esiste (come detto nel testo) fornisce gran prova di sé nel modo più semplice: raccontare. Grazie a Andrée Ruth Shammah e a una splendida Adriana Asti, senza dubbio da vedere.
Adelio Rigamonti

HOME