RECENSIONE

DIO PLUTO

(Visto al Teatro Carcano il 14 marzo 2018)

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Di Aristofane – Adattamento e regia di Jurij Ferrini

DIO PLUTO OVVERO DELL’UTOPIA IRREALIZZABILE

Nel Dio Pluto in scena al Teatro Carcano Jurij Ferrini, che, oltre a essere mattatore sul palco, ha curato adattamento e regia dello spettacolo tratto da Aristofane, si è poco curato di un rispetto filologico del testo privilegiando il fine di divertire lo spettatore. Lo scopo è raggiunto e numerose sono le risate che accompagnano tutto lo spettacolo, sciolto, veloce, gradevole anche se a volte sconfina in una sorta di qualunquismo goliardico con un linguaggio reiteratamente grasso.

Riportare oggi in scena il forse più noto testo di Aristofane, che bacchettava in modo sferzante i potenti del suo tempo, non è impresa difficile, poiché la grave sperequazione della spartizione della ricchezza, al centro dell’opera originale, è tema con cui siamo quotidianamente chiamati tutti a confrontarci in tempi in cui il potere della finanza ha appiattito tutti gli altri valori.

La riscrittura di Ferrini non poteva che essere ricca di graffianti riferimenti ai politici di oggi, facilmente identificabili poiché le divertenti storpiature dei nomi sono leggerissime, così è facile per lo spettatore identificare e ridere di personaggi che tuttora riempiono bocche, televisioni e giornali: dalla politica, alla finanza, a mafia capitale ce n’è davvero per tutti.

Al centro di tutte le opere di Aristofane vi è il desiderio di concretizzare una grande utopia, in questo caso quello di raggiungere una distribuzione egualitaria della ricchezza. All’interno della scena di Paola Caterina D’Arienzo, che suggerisce rovine greche, Ferrini e i suoi giovani colleghi divertono e si divertono a scorrazzare nell’oggi economico-finanziario-politico e spesso il regista-interprete assume toni e modi da capopolo, un mix tra vetero socialismo e attuale populismo.

Ovviamente anche nella rilettura di Ferrini l’ennesima utopia di Aristofane non si concretizza ed è la stessa Povertà, in carne e ossa,  la prima ad affermare che una distribuzione egualitaria della ricchezza porterebbe inevitabilmente i molti a una rilassatezza dei costumi nociva al vivere sociale.

Ferrini, nel ruolo dell’anziano e onesto Cremilo che tenta l’impossibile risanando dalla cecità Pluto, è in forma e particolarmente efficace quando ironizza, praticamente anche su se stesso, tirando frecciate velenose a certo modo di far teatro. Bravi Francesco Gargiulo (Pluto), Federico Palumeri nel ruolo del servitore Carione,  Andrea Peròn (Ficcanappia, vicino di  Cremilo, ed Ermes). Convince soprattutto Rebecca Rossetti, giovane talentuosa attrice, che regala due nitidi cammei dapprima rendendo una Povertà ascetica e feroce e successivamente diventando grottesca nel ruolo della perversa donna anziana, abituata a pagare le attenzioni amorose di un giovane che, diventato ricco, s’accompagna a donne più giovani e piacenti.

Adelio Rigamonti

TRAMA

Il protagonista è un anziano cittadino di Atene, il povero ma onesto Cremilo, che insieme al servo Carione si reca presso l’oracolo di Delfi. Avendo infatti notato che nel mondo la ricchezza non è suddivisa equamente e soprattutto non premia gli onesti, Cremilo intende chiedere all’oracolo se anche il proprio figlio sia destinato a restare povero o meno. La risposta dell’oracolo è che egli dovrà seguire la prima persona che incontrerà all’uscita dal tempio. Quando Cremilo e Carione escono, incontrano uno straccione cieco, e cominciano quindi a interessarsi a lui. Il cieco altri non è che Pluto, dio della ricchezza.

Convinto che la diseguale distribuzione della ricchezza derivi dalla cecità del dio, Cremilo si offre allora di ridargli la vista, in modo che Pluto possa distinguere tra onesti e disonesti e premiare solo i primi. Tuttavia arriva la Povertà in persona, la quale afferma che è un male che la ricchezza possa essere distribuita equamente perché il bisogno spinge gli uomini all’impegno nel lavoro, mentre da ricchi essi diventano fannulloni. Cremilo però non ascolta questi consigli  riesce a risanare Pluto con l’intervento miracoloso di Asclepio.

La conseguenza è che tutti diventano ricchi e benestanti, ma ciò dà la stura a una sequela di  lamentele sulla nuova condizione, persino gli dei, Zeus e Ermes, il primo perché nessuno ha più bisogno di fare offerte agli dei, il secondo, dio degli affari e degli arricchimenti, perché costretto a cercarsi un nuovo lavoro…

(Dal Web)