MEDEA

(Visto al Piccolo Teatro Strehler il 13 marzo 2018)

Di Euripide . Regia di Luca Ronconi, ripresa da Daniele Salvo

MEDEA UOMO/DONNA/MOSTRO DI RONCONI

Al Piccolo Teatro Strehler è di scena, fino al 29 marzo, Medea di Euripide per regia di Luca Ronconi (1996) ripresa da Daniele Salvo.

Del  tutto inutile raccontare la trama di Medea, è sufficiente sottolineare come la vicenda della tragedia originale sia del tutto rispettata. Le scene di Francesco Calcagnini riprese da Antonella Conte sono sicuramente di grande impatto visivo: sedie che vanno e vengono, casse sovrapposte a indicare posticci troni, un letto di una volta in ferro smaltato, numerose poltroncine scalcinate di un altrettanto scalcinato cinemino di periferia Anni Cinquanta suggeriscono ben poco del sacro insito nell’opera di Euripide quanto piuttosto sembrano ridurre tutto a un puro ributtante fatto di cronaca nera; da questo basso si stacca, si eleva una scala, quasi un’antincendio, a più rampe che conduce al di sopra dei potenti, dei Creonte e dei suoi uomini, vestiti da gangster di vecchi film americani. Su e giù per queste scale si muoveranno il re con la sua corte, Giasone e i figli di Medea, ma non quest’ultima, sempe relegata, costretta nel basso in tutte le sue accezioni. Questa scena ben supporta la lettura del testo di Euripide da parte di Luca Ronconi, al quale importava sottolineare la lontananza dal teatro di duemila anni fa.

Daniele Salvo riprende la regia di Ronconi in modo filologicamente corretto, senza togliere o aggiungere nulla e lasciando la tragedia immersa nell’orrido del sangue fin dalle prime mosse quando in videproiezioni, su due schermi quasi sovrapposti, si vedono alcuni momenti di un’operazione a cuore aperto e immagini che ripropongono la forza invincibile della natura. È interessante, anche se già più volte vista, la scelta di affidare a un attore un ruolo femminile; è soprattutto interessante perché questo uomo/donna evidenzia con chiarezza l’essenza mostro dell’eroina di Euripide. Quindi non esiste alcuna riserva su questa scelta idonea proprio nella sua finalità di cui ho appena detto. Un po’ perplesso mi ha lasciato l’interpretazione di Franco Branciaroli, pur riconoscendo la gran fatica per sostenere un ruolo indubbiamente pesante. Forse in una giornata di scarsa vena l’attore ha spesso sottolineato con forzature la finzione del suo recitare, spesso reso con modulazioni di voce parossistiche, che hanno riproposto assai da vicino modulazioni  alla Carmelo Bene e che in più di un’occasione hanno suscitato spontanei e  sconvenienti  sonori risolini da parte del pubblico.

Il cast degli attori che circonda il mattatore Branciaroli è valido e con il necessario rodaggio post-prima riuscirà di certo ad adattarsi nei difficili e alterni ritmi imposti dalla regia.

Convincono già del tutto la nutrice di Elena Polic Greco (soprattutto nei suoi possenti canti) e il nunzio di Tommaso Cardelli (un grande cammeo il suo monologo in cui racconta a mozzafiato la fine orribile di Glauce e di suo padre Creonte). Una pièce che, eliminati gli accidenti parodistici, può ben tornare a essere considerato uno spettacolo simbolo di tutta la produzione registica del maestro Ronconi, scomparso nel 2015.

Adelio Rigamonti