VANIA

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Da Cechov
Ideazione e Regia di Stefano Cordella

CECHOV IN PANCHINA

Il Vania visto al Menotti, all’interno della rassegna Contemporanea 2017, da un’idea di Stefano Cordella, che ha curato anche la regia, si colloca, volutamente e in modo disincantato, assai distante dalle atmosfere cechoviane.

Ciò che è rimasto di Cechov nella riscrittura drammaturgica è assai limitato; solo quattro le figure principali: uno scanzonato Vania, qui Ivan, calciofilo perditempo, Sonia con in testa il sogno di Londra con una carriera da cameriera a star della canzone, Elena, un’algida ma fragilissima bellona, e il dottore vecchio compagno d’avventure di Ivan, che come lui vive di rimpianti più o meno alcoolici. L’anziano professore, qui derubricato a un provinciale il Sergio, è invece un malato terminale, riposto in qualche celata stanza e presente nel rantolo del polmone artificiale che gli somministra ossigeno. Scomparsa la diatriba cechoviana tra Sergio e Ivan per la vendita della casa, i dialoghi vuoti di Cechov, in attesa che qualcosa possa e debba accadere, rimangono vuoti anche nell’adattamento di Cordella, anche se infarciti a dismisura da riferimenti di tifoseria calcistica, così che si potrebbe, malignamente, riassumere il tutto con:  Savicevic in campo, Cechov in panchina.

Sarebbe tuttavia assai ingeneroso limitarsi a ciò perché il lavoro di Cordella, peraltro pluripremiato in rassegne di teatro giovanile, ha non pochi pregi.

Interessante l’allestimento scenico scarno e minimalista: quattro sedie bianche ciascuna con una piccola luce che le penzola affianco, un telaio di porta bianco sul nulla nero, davanti a sinistra un tavolo con apparecchiature tecniche che evocano sia consolle registiche, sia monitor e altro da struttura ospedaliera. In questo contenitore Cordella si preoccupa soprattutto di evidenziare come sia quasi impossibile, ora come allora, mutare il proprio destino in una società che offre poche chances di futuro possibile e dove anche i quarantenni, Ivan e il suo amico dottore, già alla loro età sono costretti a vivere nel rammarico dei tempi andati. Per comunicare, trasmettere al pubblico ciò, grande e visibile è l’impegno registico per ottenere che la compagnia Oyes, formata da giovanissimi attori, digerisca testo e suggestioni. Nonostante che il linguaggio impiegato sia trattenuto al basso, provinciale, sgraziato, giovanilistico e spiccatamente padano, il testo riesce a evocare quegli stati d’animo, solido punto di contatto col capolavoro cechoviano, intrisi dalla disperazione di essere coscienti portatori di vuoti interiori. Se tutto ciò avviene, con una certa facilità, è dovuto in gran parte alla bravura degli attori: Francesca Gemma (Sonia), Alessandra Mattei (Elena), Fabio Zulli (Ivan), Umberto Terruso (il medico), su tutti una prorompente Francesca Gemma di sicuro talento nei panni di una irrequieta Sonia, forse l’unico personaggio che, pur reduce da una frustrante esperienza londinese, riesce a far intravedere parvenze di luce in fondo al tunnel dello smarrimento e della disperazione giovanile. In uno spettacolo che, al di là dei limiti linguistici del testo, è ben equilibrato, non mi è stato facile comprendere il motivo  per cui a sottrarre una fiala di morfina dalla borsa del medico è inspiegabilmente Elena invece di Vania/Ivan, un qualcosa di sovrappiù che poco o nulla aggiunge a questa rivisitazione di Cechov interessante, ma ancora da registrare in molte sue parti.

a.r.

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