ARLECHINO, TRADUTTORE-TRADITORE
DI DUE PADRONI

(Visto il 1° dicembre al Teatro Verdi)

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Di Cristina Pezzoli e Shi Yang Shi – Regia di Cristina Pezzoli

IN EQUILIBRIO PRECARIO TRA DUE CULTURE

Al Teatro Verdi per sole tre repliche è stato rappresentato Arlechino, traduttore-traditore di due padroni  di Cristina Pezzoli e di Shin Yang Shin, quest’ultimo in scena per  oltre due ore in uno spettacolo bilingue italo-cinese.

Lo spettacolo denso e ricco, forse fin troppo, di aneddoti, citazioni, ricordi ed esperienze vissute pone in risalto il precario equilibrio di chi, come Yang, giunto in Italia bambino dalla originaria Jnan, in Cina, si barcamena tra due storie, due culture non ben conosciute entrambe e cerca di ricucire a stento e con sofferenza brandelli di identità.

La prima parte dello spettacolo, quasi una narrazione divulgativa, è un lungo racconto che si dipana dai modi arcaici e, per noi medioevali, vissuti dalla bisnonna di Yang, fino alla Cina del dopo Mao. Si passa dunque attraverso un secolo di storia cinese vista a 360 gradi, si passa dal ricordo del nonno medico rieducato dalla rivoluzione culturale ai ricordi del padre convinta guardia rossa maoista. Il tutto raccontato, ed è uno degli aspetti più interessanti della pièce, in un mixage continuo di cinese e italiano, che all’orecchio occidentale suona comunque sempre armonico e gradevole. L’altro aspetto decisamente interessante è l’aver portato a teatro un pubblico armoniosamente misto che segna un punto a favore per il superamento del concetto di integrazione a favore di un processo di reciproca collaborazione socio-culturale.

Nella seconda parte dello spettacolo la narrazione è propriamente autobiografica ed è tutto un poco più agile e ci dice delle traversie, delle sofferenze e dei successi individual e collettivi di Yang e della Comunità cinese, fino ai tragici eventi di Prato.

Uno spettacolo indubbiamente interessante che avrebbe bisogno di qualche alleggerimento e di una rilettura drammaturgica del testo per sottrarlo dal pericolo che il tutto cada in un lungo documento divulgativo a discapito di un pathos comunicativo che talora sembra represso o, per lo meno, che fatichi ad uscire dalla voce e dal corpo del bravo Yang. Piace indubbiamente la scena  muta del finale quando, quasi in una danza rituale, raccoglie tutti gli abiti di scena usati nello spettacolo su un lungo bastone appoggiato sulle spalle; un intenso recupero di memorie proprie e altrui che è decisamente buon teatro.

Adelio Rigamonti