QUI CITTÀ DI M.

Di Piero Colaprico – Regia di Serena Sinigaglia

(Visto al Teatro della Cooperativa l’11 maggio 2019)

DI ‘MERDA, MAMMA, MILANO, MEMORIA’

Sette personaggi per un’attrice, Arianna Scommegna, che si incarna in tutti loro, saltando da un accento all’altro, da una psicologia all’altra. Bravissima, trasformista e simpatica, la troviamo sul palco del Teatro della Cooperativa, dall’11 al 19 maggio con Qui città di M.

Risultati immagini per qui città di m cooperativaIl testo, creato appositamente per lei da Piero Colaprico, si situa tra il noir e il giallo un po’ umoristico. Il focus cade, inizialmente, sull’interpretazione di cosa sia la città per i vari personaggi, di cui ognuno ha qualcosa da raccontare, in cui tutti hanno trovato e/o perso sé stessi. Un’acuta autopsia della nostra metropoli, un essere vivente, con le sue vene, le sue cattiverie, i suoi istinti. Ma, oltre a questo, la città di M., come ogni città, è anche un colore, il grigio: non bianca, non nera. È qui, in questa sfumatura, che si concentra la storia; è questo il punto da cui si dipanano i pensieri dei Sette.
Nel mistero dei due corpi non ci sono certezze incrollabili, nemmeno con la risoluzione del caso: il ragazzo, la signora, il terzo uomo, la poliziotta e il telefono che non le squilla mai… la coscienza che né un detective e nemmeno la scientifica possono capire fino in fondo il modus di un delitto e di un omicida, i perché, e incasellarli in pensieri standardizzati come “se vuoi bene non fai del male”.
La città di M., per fortuna, mette a dura prova le certezze dei personaggi, le smussa fino a trovarne il cuore più tenero e duro allo stesso tempo: nell’etica del singolo, nel ‘sentore’ del giusto e del bene, non nella certezza cieca di questi. È, allora, veramente un corpo vivo questa nostra città, come quello di una madre che ti accarezza e ti schiaffeggia con la stessa mano.

Un percorso verso lo scioglimento che è più intricato e complesso del nodo stesso, un percorso nella memoria e nel passato come ogni pista investigativa: tra canzoni retrò, nostalgie dei primi anni da detective, sprazzi di giornate universitarie e poi memoria di soli tre giorni più indietro, i più difficili da rammentare perché duri da accettare.

La scena finale – la posa un po’ alla Monna Lisa – è incarnazione della città di M., della mamma, della memoria, della merda che frulla nei cervelli di tutti a Milano.

 

Roberta Pasetti

VETRINA

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