LA SCORTECATA

Da Il cunto delli cunti di Giambattista Basile – Adattamento e regia di Emma Dante

(Visto al Piccolo Teatro Grassi l’11 aprile 2019)

EMMA DANTE E IL “SUO” BASILE

Ultimissime repliche al Piccolo Teatro Paolo Grassi de La scortecata, pregevole rilettura di Emma Dante di una fiaba tratta dal Cunto de li cunti di Giambattista Basile (lo trattenimiento decemo de la iornata primma). L’anno scorso, dopo aver visto Bestie di scena, concludevo la mia recensione sostenendo che lo spettacolo fosse da vedere senza dover per forza emettere giudizi che si sarebbero motivati, nel bene o nel male, nel futuro delle creazioni artistiche di Emma Dante.

Questa Scortecata fu rappresentata al Festival di Spoleto pochi mesi dopo l’allestimento di Bestie di scena e di quest’ultima eredita il fare drammaturgia per corpi, sui corpi stessi. Un fare che è caratteristico e caratterizzante del teatro di questa regista che, anche in questo caso, comunica a meraviglia  per immagini semplici e al contempo forti, grazie anche all’aiuto del napoletano imbarocchito di Basile (per questa occasione rivisto con terminologia più attuale e più grezza), il concretamente grottesco mondo della miseria economico/morale del nostro Sud e, forse, non solo di quello.

 A sipario aperto si entra subito in contatto con una scena essenziale, senza fronzoli, immersa nel nero: due seggioline contrapposte, in mezzo a loro, appoggiato sopra un tre scalini da casa, un castello giocattolo, sul fondo un qualcosa ricoperto da un lenzuolone bianco, nel proscenio una porta coricata a terra, quasi invisibile al pubblico, null’altro.

Immagine correlataAll’abbassarsi delle luci di sala e all’innalzarsi di quelle sul palcoscenico i due protagonisti, seduti sulle contrapposte seggioline, scompostamente si succhiano il mignolo. Da qui prende avvio la drammatizzazione della fiaba di Basile in cui i due protagonisti (i bravissimi Salvatore D’Onofrio e Carmine Maringola) con minimi mutamenti posturali e vocali sono Rusinella e Carolina, le due vecchissime zitelle  protagoniste della fiaba, ma anche gli altri personaggi di contorno. Nella fiaba di Basile due vecchissime sorelle zitelle, che erano il riassunto delle disgrazie, il protocollo delle deformità, il libro mastro della bruttezza”, lasciano che un re s’innamori della voce di una delle due e, chiuse nella loro catapecchia discinte e chiacchierone, gli concedono soltanto un dito bellissimo e levigato dal continuo ed estenuante  lavoro delle loro sdentate bocche.  Una cederà alle voglie del giovane re, ma solo al buio, neppure una misera candela deve illuminare le sfattezze  della vecchia che, quando l’inganno sarà svelato, verrà gettata dalla finestra, ma sarà trattenuta da un ramo di un albero e soccorsa da una fata che la trasformerà in una bellissima ragazza che andrà in sposa al re. A questo punto termina quello che nell’allestimento teatrale è un sogno, la follia frutto della disperata resistenza alle brutture della vecchiaia e alla morte. In questa fiaba non c’è lieto fine e nella sua rilettura Emma Dante si discosta dall’originale perché è la stessa Carolina, finito il sogno, a chiedere alla sorella di essere scortecata per riuscire a far sortire dalla pelle vecchia e vizza una giovane e liscia. Un finale tragico che viene solo fatto intuire da una lama, ottimamente illuminata, levata tremante da una timorosa e impaurita Rusinella.

Risultati immagini per la scortecata piccolo teatroNella riscrittura della fiaba di Basile (dal racconto in terza persona ai dialoghi) la potenza della lingua, che dapprima pare respingere, è elemento essenziale per coinvolgere e conquistare il pubblico.  Ma sono la potenza della gestualità grottesca, irriverente e molte volte divertente e la potenza degli interpeti a far sì che questo lavoro possa essere considerato, forse ancor più di Bestie di scena, una sorta di summa artistica del lavoro della regista siciliana.

Uno spettacolo in cui pare quasi che sia il corpo stesso degli interpreti ad assumere anche il ruolo d’autore dell’opera e a questo punto è necessario ricordare come l’interpretazione di  Salvatore D’Onofrio e Carmine Maringola sia davvero eccellente con concreti rimandi alla commedia dell’arte tardo secentesca e con un’osservanza dei tempi scenici perfetta. Una grande prova attoriale che assieme alle luci disegnate da Cristian Zucaro concorre a rendere uno spettacolo riuscito nella sua materiale corporalità. Tra il riuscito da inserire certo le musiche prettamente partenopee scelte a sottolineare i passaggi fondamentali della fiaba, degna di menzione soprattutto Come facette mammeta nella splendida interpretazione di Pietra Montecorvino e il divertente Mambo italiano di Carosone a sottolineare lo spassosissimo amplesso tra il giovane re e la vecchia Carolina. Un gran teatro che si tiene a giusta misura da sottili introspezioni psicologiche spesso solo orpelli inutili. Da vedere.

Adelio Rigamonti

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