FILAS ANGHELOS

(Visto al teatro Filodrammatici l’11 aprile 2018)

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Scritto e diretto da Renato Sarti

LO SDOPPIAMENTO DI SCENA  AL FILODRAMMATICI

Filax Anghelos scritto e diretto da Renato Sarti, prodotto dal Teatro della Cooperativa, è di scena al Filodrammatici fino a domenica 15 aprile.

“Filax e Anghelos sono una sola persona che, fra le mura di un manicomio, vive uno sdoppiamento di personalità”  così inizia il succinto testo di presentazione dello spettacolo sul foglio di sala. Oltre alla narrazione in sé lo sdoppiamento è presente in tutto lo spettacolo, vuoi per struttura, linguaggio, recitazione. Questa sorta di sdoppiamento a più livelli richiede al pubblico uno sforzo di attenzione non usuale nell’attuale proposta del teatro italiano. Tuttavia questa fatica dello stare sempre attenti e in tensione viene ampiamente ripagata dalla forza di un teatro di parola assai complesso, ma anche in moltissimi passi, soprattutto nel primo tempo, con elevate suggestioni poetiche.

Sin dall’inizio si è quasi costretti o sorretti da una logorroica impalcatura (usando parole del secondo atto del testo): già il monologo d’inizio del primo tempo recitato fuori scena, ma ce ne sarà un altro analogo e sdoppiato all’inizio del secondo tempo, comunica poesia e lega pur nella sua complessità linguistica contrassegnata da commistioni con la lingua greca.

Il primo tempo è contenuto in una convincente scenografia composita di Carlo Sala, una scenografia che ricorda dappresso gli elementi di una grande cattedrale con tanto di altare, organo e colonne. In questo ambiente tendente al sacro  si snocciola la storia violenta e disperata di una metà femminile che si dice di essere orfana dalla nascita, la madre morta di parto sotto le bombe a Firenze nel’43 e il padre volontario nell’esercito polacco ucciso dagli stalinisti nel massacro di Katyn dove morirono ammazzati oltre ventimila polacchi tra civili e militari. Un racconto di una vita travagliata dalla nascita all’uccisione del tanto desiderato figlio, alla preparazione di un violento attentato da compiere lì nella cattedrale per uccidere tutti i potenti della terra, papa compreso, convenuti per le esequie di una principessa. Il primo tempo denso, alto propone anche momenti  di sincero pathos, come ad esempio la narrazione dell’uccisione del figlio, in cui si rivela un Massimiliano Loizzi splendidamente intenso completamente immerso nella parte contorta del racconto  della folle Angela, ormai disperatamente decisa a diventare angelo della morte.

Lo sdoppiamento globale, ben oltre il racconto, si compie esaustivamente nel secondo tempo con l’entrata in scena di Filax, la metà maschile, che smaschera le menzogne di Angela già a cominciare dalla fisicità del luogo: là dove la donna vede la cattedrale è solo uno scuro magazzino e ben presto colonne, organo e altare vengono distrutti e si scoprono per quello che sono e cioè solo pile di scatole di piselli e pelati e carta igienica, roba da magazzino ammonticchiata con cura. Filax dopo il sognato attentato, finito in un misero spettacolo di fuochi artificiali, rinfaccia con durezza alla parte femminile il desiderio di maternità frustrato in numerosi aborti.

Lo spettacolo si sdoppia e ben presto abbandona la tragicità poetica del primo tempo per divenire feroce ironia, sarcasmo e irrisione e tutto diventa ambiguo fino alla fine quando si palesa, anche visivamente, che Anghelos e Filax sono la scomposizione antagonistica della stessa persona. L’ambiguità costringe lo spettatore a rimuovere, semmai se le fosse costruite, certezze anche sul vero sesso del protagonista in un conflitto serrato tra finzione e realtà in una follia senza rimedio. Tutto muta e si sdoppia così come la recitazione maschile  di Massimiliano Loizzi sembra farsi meno partecipata, più distante, quasi fosse un corollario astioso e , ripeto, ambiguo, alla grande sofferenza di Angela del primo tempo.

Un testo denso, doloroso in cui vi è il tentativo di rendere una sofferenza malata individuale in condivisione collettiva anche attraverso alcuni riferimenti storici e politici che, anche in questa occasione, Renato Sarti propone con il consueto puntiglio da ricercatore. Uno spettacolo difficile, in molte sue parti affascinante, che forse ha bisogno, ovviamente senza cadere nel didascalico che inficerebbe la poesia che aleggia sempre, di essere immerso un po’ meno nell’ambiguità che lo caratterizza.

Filax Anghelos, in questa versione integrale, convince assai più della sola prima parte vista al Cooperativa nella scorsa stagione, soprattutto convince maggiormente l’interpretazione di un Massimiliano Loizzi, affrancato dai suoi, benché validi e applauditi, lazzi goliardici messi in luce ne Il terzo segreto di satira, per diventare attore completo e talentuso in questo dentro e fuori di ritmi e toni, tra le due parti d’un io scomposto. Da vedere con attenzione.

Adelio Rigamonti