CHINGLISH

Chinglish

di David Henry Hwang
Regia di Omar Nedjari

UN LEGGERO, DIVERTENTE “PASTICCIO” AL RINGHIERA

 

È approdato da Broadway  sulle tavole del Ringhiera/Atir Chinglish di David Henry Hwang, apprezzatissimo autore sino-americano, e vi resterà fino al 19 marzo. La fresca traduzione è stata curata da Alice Spisa mentre la regia è di Omar Nedjari.
Diverte e intriga all’inizio il curioso prologo, in cui si chiede scusa al pubblico e soprattutto agli eventuali spettatori cinesi poiché contrariamente all’opera originale il mandarino in cui si esprimeranno gli attori non sarà perfetto e neanche poco plausibile. Il testo del parlato cinese e la sua traduzione sono proiettati su un grande display collocato in alto al centro di una scena semplice, ma duttile, disegnata da Stefano Zullo: tavoli i cui piani sono ricavati da sezioni di corona circolare che mossi a vista donano  cangianti sinuosità all’occhio e azione alla pièce nei momenti, rari, di stanca .
Anche se gran parte del dialogo è in dubbio  mandarino, il pubblico non ha difficoltà a comprendere  Chinglish, soprattutto per i sopratitoli che appaiono sul display e proprio questi costituiscono una ricca fonte di ilarità per l’accavallarsi di errori su errori di traduzione di improbabili traduttrici. Dal gioco degli equivoci delle traduzioni false emerge la distanza tra due società in una sorta di linguistico labirinto ancora più complicato dalla felice intuizione di far recitare attori che non conoscono affatto la lingua, tuttavia  spesso si ha l’impressione che gli attori (soprattutto l’esperto Enrico Maggi, nel doppio ruolo di ministro e giudice) si trovino a loro agio nel recitare in una lingua sconosciuta.
La storia racconta le avventure, non solo commerciali,  di David Cavenaugh (Federico Zanandrea), piccolo imprenditore statunitense che da Cleveland arriva in Cina con la speranza di sistemarsi piazzando cartelli segnaletici. L’abile Federico Zanandrea tratteggia bene la figura dello yankee un po’ tontolone che, superstite di un grande scandalo finanziario nel suo Paese, ancora non si è reso conto del grande balzo compiuto dall’economia cinese e pensa che sia terreno fertile per fare affari con facilità e ben presto si troverà invischiato nel non semplice confronto umano tra due cultura decisamente contrastanti, in una evidente condizione di inferiorità nei confronti della controparte cinese.
L’americano ingenuotto, tentando di lasciarsi alle spalle lo scandalo finanziario, dovrà fare ben presto i conti con un regime in cui corruzione e ingiustizia dilagano e tutto è condizionato da rapporti clientelari e di sotto banco, in cui i contratti non hanno valore. Esilarante e didascalico, a tale proposito, il dialogo tra lo yankee e la viceministra cinese (Annagaia Marchioro) in cui quest’ultima, in un divertente gioco di parole, riassume in un significativo porta di dietro il luogo più adatto per trattare gli affari in Cina.
La trama è quasi secondaria rispetto al grande lavoro di sperimentazione linguistica che evidenzia in modo diretto e immediato la difficoltà del comprendersi. L’autore  David Henry Hwang ha scelto di far parlare gli attori in inglese e in cinese con l’aiuto di traduttori. La traduttrice Alice Spisa ha tradotto la parte inglese e lasciato intatto il cinese per attori completamente a digiuno della complessa lingua orientale in uno spettacolo che, oltre a essere riuscito a divertire, è primo e unico nel suo genere su un palcoscenico italiano.
Gli attori (fanno parte del cast, oltre ai già citati, Angelo Colombo, un divertente improvvisato mediatore inglese, e Valentina Cardinali nel ruolo alternato di improbabili traduttrici) sono tutti all’altezza dell’esigente gioco linguistico, ma tra tutti spicca Annagaia Marchioro, che regala al pubblico un grande lavoro sulla lingua e soprattutto, parlando di attori, di dizione, con il suo personaggio di una  viceministra accattivante e spietata nel voler raggiungere i propri obiettivi, resa con grande verve e felice ironia. Da vedere.
                                                                                                                                                                                                           a.r.

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L'OCCHIO DELLO SPETTATORE
A cura di Marina Salonia


Riproponiamo, in via sperimentale, la rubrica “L’OCCHIO DELLO SPETTATORE”

E’ arrivata in scena al TEATRO RINGHIERA, zona piazza Abbiategrasso, la commedia brillante “CHINGLISH” dell’ autore cino-americano David Henry Hwang. Verrà replicata sino al 19 marzo 2017.

La scenografia si presenta essenziale arredata  solo di semplici tavolini e sedie che all’occorrenza, mediante una diversa disposizione che avviene sempre in luce, rendono perfettamente le varie ambientazioni: sede del Ministero, bar, albergo, tribunale.

Il protagonista è Daniel, titolare di una ditta di cartelli in Ohio, che tenta di sfondare nel mercato cinese, dopo una brutta vicenda che lo aveva visto coinvolto in uno scandalo finanziario americano.

Si reca al tal proposito in una piccola cittadina di provincia cinese e propone al ministro dell’economia la fornitura di cartelli cinesi con la corretta traduzione in inglese. Questo , a suo dire, per evitare ai cinesi di fare figuracce traducendo in modo fantasioso i loro cartelli ad uso dei visitatori stranieri.

Da questo viaggio d’affari nascono tante situazioni grottesche che inducono lo spettatore a riflettere sull’era della globalizzazione e sulla ancora pesante difficoltà di comprendere le altre culture e nel contempo di farci capire e accettare a nostra volta.

La cosa che mi ha colpito è stata la capacità e bravura degli attori di parlare un finto cinese riproducendo con la modulazione della voce i suoni tipici della lingua orientale. Simpatiche le scuse a inizio spettacolo, rese tramite messaggio video, rivolte ad eventuali spettatori cinesi.

Valsa al pena affrontare un ora di tragitto sui mezzi pubblici milanesi per raggiungere questo piccolo teatro di periferia molto vivo e ricco di eventi culturali.