UTØYA

(Visto al Teatro Filodrammatici il 10 gennaio 2018)

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Di Edoardo Erba – Regia di Serena Sinigaglia

UNA STRAGE DIMENTICATA

Non sempre accade che uno spettacolo di teatro civile, sebbene rigoroso e necessario, abbia in sé la forza di essere teatro tout-court. Questo accade sulle tavole del Filodrammatici con Utøya di Edoardo Erba per la regia di Serena Sinigaglia.

A luci accese si impone subito l’essenziale ed evocativa scenografia di Maria Spazzi: un pavimento gelido di cocci di specchi da cui spuntano monconi di tronchi d’albero, sfibrati, scorticati; il tutto è landa desolata di morte, cimiteriale. In questa landa si muovono Arianna Scommegna e Mattia Fabris, che confermano la consueta eccellenza interpretativa. Il testo affida a tre diverse coppie il compito di raccontare la terribile strage, avvenuta sulla norvegese isola di Utøya il 22 luglio del 2011 a opera di Anders Behring Breivik che uccise con lucida freddezza sessantanove adolescenti laburisti riuniti nella storica sede dei campeggi estivi dei giovani socialisti di tutto il mondo. La strage non è stata il frutto di un raptus di uno squilibrato, bensì un’azione politica pianificata nel tempo e sorretta da uno scellerato manifesto politico di millecinquecento pagine fatto giungere a membri dei partiti ideologicamente vicini al lucido attentatore: in Italia il documento giunse a esponenti della Lega; l’intento era quello di colpire alle radici il futuro del socialismo europeo. Tutto ciò lo si può evincere dal lungo saggio del giornalista Luca Mariani, Il silenzio sugli innocenti , da cui è scattata in Serena Sinigaglia la scintilla di mettere in scena uno spettacolo su una strage di cui si è parlato poco e ancora meno se ne parla oggi, come fosse una strage di serie B, forse perché non compiuta da islamisti ma da un lucido attuale nazista.

Il racconto teatrale della strage è affidato a tre coppie (tutte interpretate da Arianna Scommegna e Mattia Fabris): ci sono i genitori di una figlia viziata che il padre, docente universitario, ha mandato al raduno dei giovani socialisti, peggiorando i rapporti di coppia già delicati;  la seconda coppia è formata da due poliziotti in servizio a poche centinaia di metri dall’isola e il loro rapporto di lavoro sarà incrinato dall’eccessiva obbedienza agli ordini da parte dell’uomo che in realtà non riesce a celare un’assoluta mancanza di coraggio;  la terza coppia è composta da un fratello e una sorella contadini, lei decisa e solida, lui stralunato e ingenuo, che scopriranno di essere vicini del fanatico Breivick.

Le tre coppie si susseguono senza reali  interruzioni e la gran bravura dei due interpreti, guidati da solida non soverchiante regia, rende facile al pubblico districarsi tra i diversi e anche opposti punti di vista da cui viene osservata e raccontata la strage.

Lo spettacolo Utøya è al contempo buon teatro e serio, attento teatro civile; il tutto contribuisce a farne un’opera di testimonianza opportuna e necessaria in questi tempi troppo indulgenti all’inganno e all’imbroglio. Da vedere.

Adelio Rigamonti