Immagine correlataAFGHANISTAN: IL GRANDE GIOCO

Di Stephen Jeffreys – Ron Hutchinson – Joy Wilkinson – Lee Blessing – David Greig – regia di Ferdinando Bruni – Elio De Capitani

(Visto da Adelio Rigamonti al Teatro Elfo Puccini il 1° novembre 2018)

 

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TEATRO POLITICO CHE È GRAN TEATRO 

Di questi tempi il teatro politico si è per lo più ridotto a una sfilza di monologhi, più o meno satirici, più o meno graffianti, prossimi a un cabaret di secondo ordine, con pochissime eccezioni come certe proposte del Teatro della Cooperativa. Ribalta tutto Afghanistan: Il grande gioco di scena all’Elfo per la regia di Ferdinando Bruni ed Elio De Capitani.
The Great Game: Afghanistan è un progetto voluto e realizzato dal più famoso laboratorio di teatro politico inglese, il Trycicle Theatre, ed è un testo composito a cui hanno contribuito tredici autori dell’attuale drammaturgia  angloamericana.
Il Progetto Afghanistan Di Bruni e De Capitani comprende dieci dei testi originali tradotti per l’occasione da Lucio De Capitani e si compone di due spettacoli indipendenti e complementari. Il primo, Afghanistan: Il grande gioco, che ho visto il 1° novembre, racconta cinque episodi della tormentata storia dell’Afghanistan dal 1842 al 1996; il secondo, Afghanistan: Enduring freedom, affronta, sempre in cinque episodi, gli anni a noi più vicini fino al 2010.
Per un anziano/vecchio, quale sono, è soddisfazione e gioia avere assistito alla prima parte del progetto Afghanistan, perché vi ho ritrovato in tutta la sua forza un Teatro Politico (d’obbligo questa volta le maiuscole) che è indiscutibilmente Teatro e Spettacolo e che è un’altra perla della coppia registica Bruni-De Capitani.
Interessanti videoproiezioni di Francesco Frongia precedono lo spettacolo e i singoli episodi con la funzione di meglio illustrare e chiarire, per quanto possibile, la storia di un Paese che, benché dai carri armati russi a Kabul (una quarantina d’anni fa) sia sempre sulle pagine dei giornali, ci giunge spesso confusa e distorta. Nella prima videoproiezione, una sorta di prologo allo spettacolo, si forniscono informazioni precise e necessarie anche di quanto all’Italia costino in morti e in denari le operazioni belliche in Afghanistan.
Tutto si svolge nel bell’apparato scenico  creato da Carlo Sala che, da una sorta di non luogo, con un semplice spostar di veli/teli svela con inserimenti minimali gli ambienti di azione dei singoli episodi  sia che si svolgano in un fortino inglese, nello sfarzo di un dignitario afghano, sulle montagne innevate,  in un ufficio della Cia o in un rifugio assediato dai talebani.
Lo spettacolo, nelle sue oltre due ore e mezzo, continua a coinvolgere il pubblico senza conoscere momenti di stanca, anche se vi è un visibile mutamento di tensione tra i vari episodi.  Un qualcosa di più hanno, infatti, l’episodio scritto da Ron Hutchinson, La linea di Durand, in cui si toccano anche momenti di puro divertimento nel dibattito in cui si discute la proposta inglese di tracciare un confine tra l’Afghanistan e l’India inglese, e l’altro scritto da Lee Blessing, Legna per il fuoco, dove in piena Guerra Fredda il direttore della Cia e quella dell’Intelligence pakistana trattano cinicamente i modi di consegna di armi e denaro da consegnare alle tribù insorte contro i sovietici.
Eccellente  tutto il cast degli attori, che interpretano vari personaggi: da Claudia Coli (soprattutto intensa Lady Florenthia Sale, moglie di un generale inglese in Trombe alle porte di Jalalabad) a Emilia Scarpati Fanetti (combattuta e impaurita Soraya moglie di re Amanullah Kan in fuga in Questo è il momento), da Fabrizio Matteini (direttore di notevole vigore dell’Intelligence pakistana nel già citato Legna per il fuoco) a Enzo Curcuru (Najibullah, ultimo tragico presidente afghano straziato dai talebani nel 1992), da Hossehin Taheri (l’emiro Abdul  Rahman che lontano dal macchiettismo rende bene filosofia e cultura dello scettico Afghanistan nei confronti delle potenze occidentali nell’episodio  La linea di Durand) a Michele Radice e Michele Costabile sempre nei tempi nei vari ruoli secondari affrontati. Convince in particolare la prova di Massimo Somaglino  nei panni del tenace Sir Henry  Mortimer Durand e nello sconfitto Owens direttore della Cia ancora in Legna per il fuoco.
In attesa di assistere a Enduring Freedom, seconda parte del progetto Afghanistan, dal 1996 al 2010, condivido gli entusiastici applausi che hanno salutato lo spettacolo che raccomando di non perdere.

Adelio Rigamonti

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