IL PROCESSO

Di Franz Kafka
Adattamento e regia di Annig Raimondi

IL PROCESSO DI KAFKA AL PACTA

Al Salone PACTA di via Dini, sede storica per moltissimi anni del glorioso CRT, fino al 29 gennaio va in scena Il processo tratto dal romanzo di Kafka pubblicato postumo nel 1925. La regia è di Annig Raimondi.
Ridurre per il teatro un testo così complesso e composito in cui Kafka non fornisce un’unica chiave di lettura non è certo un’operazione facile. Annig Raimondi sfronda ovviamente il testo originale per contenere la pièce in tempi teatralmente accettabili. La scelta di cosa tenere e di cosa lasciare chiuso nel testo kafkiano non è certo facile e quella di Annig Raimondi rischia di perdere in ironia o meglio nell’humor “cattivo e sottile” della cultura ebraica che sottende a quasi tutta l’opera originale: ne esce un lavoro virato soprattutto in una sorta di grottesco-noir che conosce nel suo sviluppo alti e bassi, quest’ultimi costituiti da evidenti cadute di ritmo e tensione soprattutto nella parte centrale.
Annig Raimondi, costretta forse dall’ambiente del Salone, non riesce a rendere esplicita quella “città moderna, terrifica, impietosa, grottesca e poetica”, di cui si legge nel foglio di sala e aggiunge alcuni elementi visivi, ad esempio gli enormi e bellissimi cappelli variopinti che lei stessa indossa, dei quali è difficile cogliere l’urgenza.
Piace dell’asciutta scena di Flavio Michelazzi la porta da cui entrano i personaggi amici/nemici dello sfortunato procuratore bancario signor K. Da lì entra ed esce un viavai di personaggi, in una girandola ben congegnata con cambi velocissimi d’abito e trucco, che a volte riesce nell’intento di ingannare il pubblico sul numero reale degli attori in scena.
Interessante l’inizio, con le suggestive musiche originali di Maurizio Pisati: i cinque attori seduti di spalle al pubblico che si scambiano, in un frenetico stropiccìo, fogli/pratiche forse simbolo di una “asfissiante burocrazia” ospite di pietra di tutto lo spettacolo. Si tratta di un prologo al vero inizio, all’incipit naturale della pièce:  l’arresto senza detenzione di K da parte di due “forse” agenti senza tuttavia specificare l’imputazione.
L’adattamento scenico privilegia forse un po’ troppo la figura “dell’assurdo” avvocato difensore, interpretato da un pur bravo Riccardo Magherini, un “privilegio” che, come già detto, è complice di alcuni momenti di stasi/caduta.
La pièce si riprende dopo il ben servito all’avvocato e sia l’intenso monologo finale, raffinata parabola dell’orrenda macchina giudiziaria, interpretato dalla stessa Raimondi e il “quasi balletto alla Stanlio e Olio” irreverente corollario alla drammatica fine del signor K. sono, sia pure così diversi, momenti di buon teatro.
Nello spettacolo, che mi sembra ancora un po’ incerto e sospeso, accanto ad Annig Raimondi e Riccardo Magherini recitano Alessandro Pazzi (Joseph K.), Eugenia D’Aquino (efficace caratterista soprattutto nel ruolo della lasciva segretaria dell’avvocato) e Francesco Errico.
a.r

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