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ERODIÀS

erodiasdi Giovanni Testori
regia di Renzo Martinelli
con Federica Fracassi

L’ESIGENZA DEL PECCATO

Al Teatro I, in Conca del Naviglio, fino al 5 dicembre è di scena Erodiàs, un monologo di Giovanni Testori interpretato da una grande Federica Fracassi per la scrupolosa regia di Renzo Martinelli.
Torna su un palcoscenico milanese il tanto discusso testo  di Giovanni Testori, che biblisti e critici cattolici, quelli più retrivi, non solo hanno considerato blasfemo e osceno, ma addirittura scritto sotto dettatura di Satana. Erodiàs è il secondo di tre monologhi scritti da Testori nei primi anni Novanta, poco prima della morte: si tratta dei tre lamenti funebri (Tre lai) di Cleopatra sul corpo di Antonio (Cleopatràs); di Erodiade, appunto, su quello di Giovanni Battista e della Madonna su quello di Cristo (Mater Strangosciàs). 
La trama in sintesi del densissimo monologo: Erodiade, la concubina di  Erode Antipa, è preda di  un amore ardente e sensuale per il Battista, un amore frustrato, che si trasforma in un insostenibile tormento interiore capace di renderla folle fino ad avere l’idea di far danzare la figlia Salomè per Erode e di farle esigere in cambio la testa di Giovanni.
Il personaggio di Erodiade era già stato protagonista di un’opera teatrale di Testori del 1967, rielaborato nel 1984 e riscritto nel 1993 in un’inventata lingua lombardeggiante. La lingua testoriana  è un pastiche di suoni e fonemi, una sorta di ottovolante: su e giù  tra l’alto ed erudito e il basso blasfemo e osceno e che impone a chiunque lo interpreti un’adesione e  un coinvolgimento completo senza tentennamenti. Così anche lo spettatore deve abbandonarsi a quella lingua variegata al contempo delicata e sferzantemente violenta; in una volta luminosa e tetra. L’unica lingua possibile per rendere e sostenere i suoi contenuti che dopo la morte della madre si sono fatti ancora più aspri, “cattivi”, facendo emergere tutti i suoi complessi di colpa psicologicamente reali o solo intellettualmente concepiti. Il cambio di registro, sia linguistico che contenutistico, era iniziato in Testori negli ultimi anni Settanta: da attento osservatore del degrado sociale e civile, le periferie e i balordi, a un’interiorizzazione “scellerata” scavata nell’io in un quasi corpo a corpo col Cristo, dove la bestemmia, il peccato sono esacerbati in quanto solo in presenza di peccato può sussistere il pentimento e di conseguenza il perdono e l’unione in Dio.
Il “corpo a corpo col Cristo” mi sembra di coglierlo anche in questa bella messa in scena di Renzo Martinelli perché ciò che esce è lo scontro-distanza tra gli dei assenti e il Dio incarnato da Giovanni, Cristo stesso, carne e sangue. Erodiàs impreca contro quel Dio che si era infrapposto tra loro, l’amante spirituale, Cristo, per il quale Giovanni muore.
L’Erodiàs esige una prova d’attore rigorosissima pur nel segno “sgangherato” di Testori, segno che non permette la minima concessione alla superbia. Federica Fracassi è attrice umile, espressiva, quasi “serva” della parola che, come Martinelli scrive nel programma di sala, vince su tutto. L’attrice, dalla grande fisicità in scena, passa con esperienza e maestrìa dal rantolo titubanza dell’inizio a tratti di grande sicurezza, per poi traballare di nuovo e rialzarsi immediatamente in un grido, una bestemmia. Come la lingua di Testori: un toboga continuo di lirismo e di bassezze, il tutto gestito con grande equilibrio e un’attenzione ai tempi teatrali che sa di perfezione.
a.r.

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