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THE PRIDE

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di Alexy Kaye Campbell
regia di Luca Zingaretti
con Luca Zingaretti, Valeria Milillo, Maurizio Lombardi, Alex Cendron

DUE EPOCHE A CONFRONTO NEL PREGIUDIZIO

 

Quasi casualmente ho avuto la possibilità di assistere a The Pride, il testo del greco-britannico Alexi Kaye Campbell portato in scena da Luca Zingaretti, nello splendido Teatro Chiabrera di Savona, in anticipo al debutto milanese al Piccolo Teatro Strehler, dove lo spettacolo resterà in scena fino al 4 dicembre.
Come lo stesso Luca Zingaretti ha dichiarato in un’intervista, sono portate in scena “storie di gay e di coraggio”. Due storie alternate, non parallele ma certamente accostate, una ambientata nella seconda metà degli anni Cinquanta, l’altra ambientata ai giorni nostri, si rimpallano la diversa considerazione delle relazioni omosessuali in questi ultimi sessant’anni.
I personaggi hanno gli stessi nomi in entrambe le storie e si ritrovano all’interno di storie simili, se non proprio analoghe, le storie dunque si intrecciano, ma ad ogni intreccio maggiormente viene sottolineata e colpisce lo spettatore la grande differenza, un abisso, tra il modo di considerare le relazioni gay allora e oggi. Negli anni Cinquanta erano storie da tenere  nascoste e celate, considerate dal mondo per bene una malattia, con Philip (Zingaretti) che subisce volontariamente l’umiliazione di una visita psichiatrica. Ai tempi d’oggi i costumi sono più progressisti, incostanti, a volte spudoratamente provocatori se non addirittura volgari: tutto ciò comunque non è sufficiente a liquidare pregiudizi e disuguaglianze e il testo sottolinea assai bene come, soprattutto nei giovani etero con cultura raffazzonata, una sorta di lumpenproletariat sottosviluppato e incolto, rimane diffidenza se non cattiveria e di sovente il termine “frocio” viene usato a mo’ di interiezione.
Zingaretti, per la seconda stagione consecutiva, porta lo spigoloso, ma decisamente importante, testo di Kaye Campbell sui grandi palchi italiani e lo fa ben supportato dalla belle, immediate, scene di André Benaim. Mi sono assai piaciuti, soprattutto per il rispetto dei tempi che il teatro esige,  gli incastri fra le due storie, che si incrociano sempre con estrema naturalezza e facilità (spesso l’attore della nuova scena entra mentre non sono ancora usciti di scena gli altri).
Per quanto riguarda l’aspetto attoriale emerge, quasi spontaneamente, la gran bravura e la gran duttilità di Maurizio Lombardi, che nelle due storie è Oliver, giornalista/scrittore amante/compagno di Philip. Si trasforma rapidamente dal serissimo, rigido e quasi impacciato scrittore degli anni Cinquanta, al ragazzo gay tutto brio e quasi ipercinetico dei nostri giorni e soprattutto quando scherza con la sua amica Sylvia (Valeria Milillo)  esibisce una straordinaria spontaneità.
Mi ha convinto Zingaretti, credibile nel ruolo del contraddittorio agente immobiliare pronto a farsi curare pur di non considerarsi omosessuale; attorialmente significativa la visita psichiatrica in cui è supportato puntualmente dalla “spalla” Alex Cendron. Assai più ridotta e perciò meno appariscente è la parte di Zingaretti nella seconda storia.
Brava Valeria Milillo più nella storia dei giorni nostri che in quella degli anni Cinquanta dove appare a volte fredda e ingessata più del necessario richiesto. Bravo e puntuale, come già ricordato, Alex Cendron che porta in scena vari personaggi-spalla di riempimento e collegamento.
La volontà registica di voler evidenziare al massimo l’abisso che separa le due epoche in cui sono ambientate le due storie porta anche a rallentare i ritmi nelle scene degli anni Cinquanta e di contro porta a una esasperazione dei ritmi, e in certo qual modo del linguaggio, nelle scene ambientate nell’oggi. Qualche regolatina agli equilibri necessari anche all’interno di contrasti così ben definiti, violenti e del tutto pertinenti alla storia evolutiva della nostra società occidentale, farebbe forse bene a uno spettacolo complesso come il The Pride di Kaye Campbell. Un testo, una regia e una prova attoriale che, al di là di ciò che è senz’altro migliorabile,  sinceramente consiglio.
a.r.

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