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32″.16
TRENTADUE SECONDI E SEDICI

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di Michele Santeramo
regia di Serena Sinigaglia
con Tindaro Granata, Valentina Picello, Chiara Stoppa

PRETESTO PER RIFLESSIONI NON CONSOLATORIE

Fino al 20 novembre, al Teatro Atir/Ringhiera, viene rappresentato 32”.16 Trentadue secondi e sedici, un lavoro drammaturgico di Michele Santeramo messo in scena da Serena Sinigaglia.
Sin dalle prime battute “tra il lei e il noi abbiamo scelto il noi” si svela il nocciolo etico che sottenderà tutto lo spettacolo: l’indifferenza egoistica e brutalizzante, che continua a montare dinnanzi alle tragedie, quotidiane e ormai diventate cronaca spicciola e statistica, che si verificano in tutto il Mediterraneo e in modo particolare sulle nostre coste.
Lo spettacolo, dalla scrittura drammaturgica non omogenea, si divide essenzialmente in due parti. Nella prima quasi documentaristica e per flash, non sempre in successione cronologica, ha al proprio centro la storia di Samia Yusuf Omar, l’atleta somala che all’Olimpiade di Pechino corse la propria batteria dei 200 metri in 32” e 16 centesimi, un tempo non tempo non solo per l’atletica a livello olimpico. Un tempo atleticamente lunghissimo che concesse a Samia impietose inquadrature televisive e applausi dallo sbigottito pubblico presente.
Samia decide di continuare ad allenarsi per prepararsi all’Olimpiade di Londra, ma dopo intoppi legali e sportivi decide di intraprendere il “viaggio” confidando di essere nella parte di quelli che arriveranno. Il tormentato “viaggio” dalla Somalia alle coste libiche per l’imbarco è ben reso da regia e attori nella plasticità incerta e arruffata di una corsa affannosa e affannata. Il viaggio di Samia si conclude al largo di Lampedusa, vittima dell’ennesimo tragico naufragio.
La storia di Samia, conosciuta e ricavata dal libro Non dirmi che hai paura di Giuseppe Catozzella, bel testo pubblicato da Feltrinelli nel 2014, nella seconda parte dello spettacolo fa da pretesto per una non immediata riflessione sul futuro degenerativo dell’umanità: un’isola d’egoismo che ci prefigura un futuro abbrutente di scimmie incestuose in cui la rassegnazione è in grado di sottomettere anche animi più nobili.
Se nella prima parte come già detto più documentaristica è senz’altro  più facile la gestione registica e attoriale, nella seconda parte si nota qualche difficoltà nel governare il materiale drammaturgico. Ci troviamo in un altro linguaggio come si trattasse di due testi non connessi l’uno con l’altro. L’ardua riflessione, sia pure di alto e condiviso significato etico, imbarazza lo spettatore e la regia mostra qualche difficoltà di troppo e forse esagera nel “girare” in clownerie di maniera il testo di Santeramo che si prefigge di interrogarsi e interrogarci su ciò che siamo diventati e diventeremo “mentre il Mediterraneo si riempie di occhi aperti”.
A metterci una pezza, e gran pezza!, sulla quasi incompatibilità drammaturgica delle due parti vi è una grande prova attoriale di Tindaro Granata, Valentina Picello e Chiara Stoppa. Le parti sono difficili, maschere non immediatamente recepibili ma rese con grande partecipazione da parte dei tre bravissimi interpreti anche nelle pieghe più disgustose di un testo, e mi ripeto, eticamente condivisibile ma drammaturgicamente instabile.
a.r.

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