parenti

FIGLI DI UN DIO MINORE

lupano-per-sito-1030x615

Di Mark Medoff
regia di Marco Mattolini
con Giorgio Lupano e Rita Mazza

DELICATAMENTE POETICO

Nella Sala Grande del Teatro Franco Parenti fino al 6 novembre è in scena Figli di un dio minore di Mark Medoff per la regia di marco Mattolini. In scena vi è un cast di attori udenti e non.
Dal testo di Medoff nel 1986 il regista Randa Haines ne trasse un fortunatissimo film drammatico con William Hurt, che meritò cinque nomination agli Oscar e per cui la protagonista femminile, Marlee Matlin, vinse oltre all’Oscar anche il Golden Globe.
Marco Mattolini, che ha intelligentemente ricollocato il testo, soprattutto nel primo tempo, nei canoni della commedia, ha il merito non solo di presentare per la prima volta in italiano l’opera, ma soprattutto quello di avere scommesso sull’importanza e sull’utilità di una rappresentazione teatrale fruibile contemporaneamente da udenti e non udenti. Viene da dire immediatamente che la scommessa è stata ampiamente vinta.
La storia racconta le difficoltà della conoscenza e poi dell’amore tra un logopedista, James Leeds, interpretato da Giorgio Lupano,  e una giovane allieva sorda, Sarah Norman,  interpretata da Rita Mazza. L’involucro della pièce è costituito da un’interessante struttura scenica, realizzata da Andrea Stanisci, che può essere definita minimalista ma essenziale, duttile e mobile, composta da semplici elementi, chiusa da una sorta di schermo/praticabile che ospita azioni sceniche oltre a valorizzare luci e ombre.
Il testo e lo sviluppo  scenico realizzato da Marco Mattolini mette in luce quel sottile confine in cui due “comunicazioni” separate ma coesistenti  si “assemblano” in un unicum delicatamente poetico, che emerge dal continuo confronto sulle capacità comunicative e i loro limiti della parola, del segno e dei simboli. In una società in cui la comunicazione sta diventando il tutto, lo spettacolo visto al Parenti mi è parso superare le “distanze” fra il mondo degli udenti  e quello dei non udenti per rappresentare poeticamente le “distanze” tra tutte le altre “solitudini” socio-culturali presenti nella nostra società attuale globalizzata.
Parafrasando alcune battute del testo, il pubblico è coinvolto “in un silenzio pieno di suoni” e in suoni ricchi di emozioni che coinvolgono lo spettatore e gli porgono frequenti spinte alla riflessione su comportamenti spontanei quotidiani, di cui spesso molti di noi sono vittime inconsapevoli.
Il coinvolgimento avviene grazie a una compagnia attoriale collaudata e affiatata in cui Giorgio Lupano mostra, per quanto ne possa capire io estraneo al mondo dei segni, padronanza sciolta anche in quella lingua. La grazia di Rita Mazza (attrice all’estero perché in Italia non esistono, non esistevano, compagnie che impegnino non udenti) e la grande disinvoltura e naturalezza in scena anche per le sue capacità mimiche ed espressive fanno sì che lo spettacolo non sia mai un monologo a due voci sulle spalle di Giorgio Lupano, un difetto in cui era assai facile cadere.
Un accenno conclusivo alla gran disinvoltura e simpatia dell’altra allieva del logopedista interpretata da una efficace  Deborah Donadio, che ha il merito, con una gran conoscenza dei tempi teatrali, di rendere più leggero il testo quando la tensione potrebbe diventare debordante. Indubbiamente spettacolo da consigliare, non solo per la novità che rappresenta.
a.r.

TORNA