L’interessante proposta del Teatro Menotti, di cui parliamo ampiamente nella HOME, sarà seguita in modo particolare per la nostra testata da Claudia Pinelli


28 gennaio

CORPO DI STATO

Baliani racconta, non si mette in cattedra e non dà lezioni, il suo stile comunica senza voler imporre verità, si interroga senza rinnegare, fa riflettere mostrando la realtà senza edulcorazioni, né paternalismi, evitando di salire su interessati carri. In Corpo di stato l’attore e autore ripercorre i 55 giorni di prigionia dell’onorevole Aldo Moro intersecando l’esperienza personale con quella collettiva, i movimenti e il sentire di quegli anni, il pericolo corso e l’attimo in cui sarebbe stato facilissimo saltare il guado, andare oltre, in una violenza subita e agita, scelta di alcuni, non di tutti.

Il testo è  del 1998 ma non risente degli anni rimanendo una testimonianza importante della nostra storia recente, con uno stile che è racconto,  interpretazione, non ridondante né supponente.

 


29 gennaio

TRACCE

Tracce è un percorso nell’affabulazione, nel pensiero che si fa racconto seguendo molteplici strade alcune lasciate aperte lasciando spazio all’immaginazione, con alla base lo stupore e l’incantamento, parole importanti che avvolgono e affascinano e portano a scoprire il mondo con gli occhi dei bambini. E allora, racconti, ricordi, poesie, narrazioni epiche si rincorrono e prendono forma in chi ascolta, con la forza di un’esperienza che è immaginaria ma assume le sembianze del reale.  

(C.P)

 


30 gennaio

DEL CORAGGIO SILENZIOSO

Un reading di lettura e musica dal vivo per cinque racconti di persone che hanno avuto Coraggio, un coraggio agito e non scontato, scelta di fronte al bivio tra esporsi o accettare, tra coscienza e quieto vivere. Non eroi ma persone loro malgrado assurte a esempio, che vivendo il loro tempo senza indifferenza sono state motrici di cambiamento; prendendo posizione hanno incrinato e mutato, a rischio della loro incolumità e, forse, loro malgrado, il comune sentire e accettare passivamente. Solo cinque storie, ma importanti per la Storia.

(C.P.)

 


1° e 2 febbraio

KOHLAAS

Il Kohlhaas di Marco Baliani è una narrazione avvincente che porta lo spettatore a immergersi nella Germania del 1500 tra feudi e imperatore, senza l’ausilio di espedienti scenici ma trasportati esclusivamente dalle parole, dalla mimica e dai rumori, creati percuotendosi il corpo o battendo i piedi, dell’attore, che rimane sempre seduto su una sedia. I sentimenti e il vissuto del protagonista, un allevatore che subisce l’angheria del signorotto locale con il furto dei due cavalli più belli e che non si rassegna al sopruso pretendendo giustizia da quel “diritto” che si rivela sordo alle sue richieste, arriva facendo vibrare corde profonde e, mentre “aghi” trafiggono e stringono il cuore di Kohlhaas e il suo mondo va in frantumi, lo seguiamo mentre decide di farsi giustizia da sé divenendo a sua volta seminatore di morte e distruzione. Fino all’epilogo dove non c’è redenzione ma un nome e una storia che verranno ricordati.

(C.P.)

 


4 e 5 febbraio

TRINCEA

La guerra, l’uomo che diventa soldato senza più anima e storia ma solo corpo, carne da macello, che deve ubbidire, andare all’assalto, come compagni il fucile con la baionetta per infilzare e il compagno morto, è toccato a lui, non a te, per questa volta, fantoccio a cui dare sepoltura nella botola che non sia trincea dove sei sepolto tu. Il corpo che subisce ogni colpo, la testa che cerca rifugio in un altrove che non sia l’orrore, la farfalla che è il tuo cuore che devi distruggere, e immaginare un dopo possibile dove sui campi disseminati di cadaveri, ricrescerà l’erba e i bambini giocheranno e verranno a fare scampagnata, ignari di quello che è stato.
Uno spettacolo, che Marco Baliani ha definito di post narrazione, denso, intensissimo, mai caricato di retorica, con la splendida regia di Maria Maglietta, con le musiche di Mirto Baliani, molto fisico, dove è il corpo del soldato che parla, si contorce, cerca di sopravvivere ai colpi che arrivano da ogni parte, con una narrazione a tante voci, spezzata, ma non interrotta in un flusso che non toglie ma aggiunge.

(C.P.)

 


6 e 7 febbraio

UNA NOTTE SBAGLIATA

La musica e i disegni proiettati sulle pareti di sfondo, sono elementi scenici forti,  importanti, in questa storia che coinvolge Tano, malato psichico in cura in un centro, che quella notte, malgrado le pastiglie che lo intorpidiscono, deve portare fuori Uni, il suo cane,  incappando in un controllo di polizia; alla prima volante, se ne aggiunge un’altra e le dinamiche con gli uomini in divisa diventano rapporti di potere, sguardi, contatti, reazioni; la solitudine di Tano urla, ma anche quella dei poliziotti, frustrati investiti da un ruolo che li fa sentire altro da chi si imbatte in loro.
I diversi punti di vista prendono spessore e l’attore dà voce a tutti, anche all’uccello che sorvola la scena e al cane che terrorizzato si accuccia vicino alla fontana, mentre sul corpo di Tano (tanto è “un balordo”, quel “chi sei tu?!” urlato ripetutamente), si accaniscono. Si giunge all’apice del pathos con un monologo che ha l’intensità della tragedia greca, con la sorella che deve riconoscere all’obitorio il fratello martoriato. Poi lo spettacolo ha una brusca cesura. Appare un microfono e l’attore diventa l’ “esperto” che risponde a finte domande dal pubblico e Tano diventa il “caso” da analizzare e spersonalizzare così  come  il successivo racconto di un pestaggio subito negli anni del liceo dopo uno scontro con avversari politici. Il tutto convoglia a un discorso più generale sulla violenza, in un interrogarsi senza dare e trovare risposte.

(C.P.)